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STAN RIDGWAY

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Stan Ridgway Snakebite-Blacktop Ballads & Fugitive Songs Redfly/ Goodfellas 2004 A chiunque pensava che Stanard "Stan" Ridgway si fosse perso per strada, anche soltanto rispetto ai tempi gloriosi dei Wall Of Voodoo e della loro indimenticata "country-wave", oppure a chi pensava si fossero un po' appannati i tratti più caratteristici della sua vena, ecco giungere una risposta che non ammette repliche, deroghe, eccezioni. Snakebite è uno dei dischi dell'anno. Punto. Riporta il buon vecchio Stan ai fasti di un The Big Heat ('86) o di un Mosquitos ('89). Forse, dovendo trovare un parallelo calzante all'interno della non fluviale discografia di Stan, il disco più affine a questo potrebbe essere Black Diamond ('96), col quale condivide una sofferta dimensione cantautorale che si estrinseca in un pugno di ottime ballate. In questo senso, citerei perlomeno la spettrale Afghan/Forklift, la dylaniana Throw It Away, gli aromi di frontiera sprigionati da ogni singola nota della splendida God Sleeps In A Caboose o il trash-country di Your Rockin' Chair, specificando però che rispetto a quel titolo di ormai otto anni fa Snakebite gioca su di una prospettiva ancor più obliqua, originale e stralunata. Il senso del titolo completo sta proprio in questo, nel partire da una serie di concetti, ragionamenti e figure retoriche talmente consuete da risultare quasi ovvie - la strada, la fuga, la provincia americana, la musica delle radici, la tradizione noir, il romanticismo da cartolina etc. - per poi stravolgerle nel contesto di un excursus musicale in cui si conosce il punto di partenza ma mai quello d'arrivo. Ecco, quindi, che il taglio drammatico e cronachistico di Wake Up Sally (The Cops Are Here) si risolve in un'ilare marcetta militaresca, la take sull'amato Moose Allison di Monsters Of Id si trasforma in un cupo esperimento ai confini con l'ambient, la velenosa Our Manhattan Moment finisce con l'assomigliare a un Frank Sinatra imbevuto nell'acido e Classic Hollywood Ending, avviluppata com'è in una spirale di insopprimibile malinconia, assomiglia a tutto tranne che a quei posticci "lieto fine" hollywoodiani cui troppo, pessimo cinema made in Usa ci ha abituato. Meno eccentriche, ma certo non meno riuscite, sono l'oscura Crow Hollow Blues, il traditional My Rose Marie (A Soldier's Tale) o il divertito pop-rock di una Running With The Carnival colma di gioia e melodia. E tuttavia, il capolavoro del disco lo si trova nel bluesaccio a tutta slide di Talkin' Wall Of Voodoo Blues Pt.1, commossa, buffa, tenera rievocazione dei sogni e degli scherzi del destino toccati in sorte al primo gruppo di Stan. Il quale, sia detto per inciso, non è e non potrà di sicuro più essere inventivo e influente come vent'anni fa (a chi, in tutta onestà, potremmo ancora chiederlo), eppure ha ripreso a scrivere pagine memorabili nel suo personalissimo libro dell'american-music. Bentornato. www.stanridgway.com www.redflyrecords.com www.blueskypromotion.it

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