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DOWN

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Ogni disco dei Down corrisponde ad una ricostruzione. La ricostruzione di un itinerario artistico ed esistenziale che, inevitabilmente, coincide con la rigenerazione individuale di cinque straordinari musicisti e del loro universo creativo. Gli anni che separano il nuovo album da “II: A Bustle in Your Hedgerow” (2002) sono stati per i Down estremamente densi di ostacoli a cominciare dal delicato intervento alla schiena di Phil Anselmo e dalla difficile riabilitazione, dai veleni seguiti alla tragica scomparsa di Dimebag e, non da ultimo, dalle devastanti conseguenze che l’uragano Katrina ha avuto su New Orleans e, di riflesso, sulle vite stesse dei membri della band. Da un punto di vista puramente lirico, dunque, “III: Over the Under” non può che sostenere il peso di tali eventi, tuttavia, a differenza del masochismo introspettivo e delle ponderose vibrazioni acustiche su cui si fondava “II”, questa volta i Down (ed in primis il loro cantante) compiono il passo definitivo per liberarsi dai vecchi fantasmi e dalle angosce del presente con un lavoro catartico, denso di un’energia che, per una volta, non provoca autocombustione ma incendia ed infiamma tutto ciò che trova intorno a sé. Le vampe di “III” ondeggiano ed oscillano come un tornado: riscattano la vena elettrica di “NOLA” con il trascinante groove dell’opener “3 Suns 1 Star” (il cui primo verso, non a caso, recita:“The old dog has to learn a new trick”), con le distorsioni southern e i travolgenti fiumi di sludge di “N.O.D.”, “I Scream” e “Mourn”; si occultano nelle cupe ombre di “II” attraverso il mastodontico andamento blues e gli assoli intimisti di “The Path” e con l’atmosfera notturna e fumosa della splendida “Never Try” (come si fa a non amare Pepper Keenan e Kirk Windstein?). “On March The Saints” rilegge, invece, con rinnovata intensità e un pizzico di ruvidezza in più nel riffing la grande hit “Stone The Crow”, mentre la rassegnazione di “Learn from This Mistake” viene riecheggiata negli acquatici e sommessi nove minuti di fluidità stoner/blues di “Nothing in Return (Walk Away)”, brano in cui Phil Anselmo tocca l’apice, riconfermandosi ancora capace di accogliere in se stesso (e di elargire) un’ispirazione lirica e un’interpretazione vocale straordinarie. L’intensità e l’enigmatica segretezza sono preservati anche dall’onirica melodia di “His Majesty the Desert” che ricorda nel tema ipnotico e nelle vocals eteree “Where I’m Going”, mentre in “Pyllamid” Rex Brown e Jimmy Bower divengono condottieri di un grezzo assalto heavy, reso maggiormente sporco da soffocate chitarre down-tuned e da vocals filtrate ad hoc. Gli ultimi due episodi dell’album, “In the Thrall of It All” e “Beneath the Tides”, omaggiano la tradizione southern dei Lynyrd Skynyrd in modo ancora più marcato, intessendola insieme agli ampli riff sabbathiani e dimostrando, al di fuori di ogni dubbio, come i Down possano essere eccellenti pur rimanendo legati agli elementi più “vintage”. “III: Over the Under” è il meritato ritorno a casa, la necessaria pace con il passato, il furore di una tempesta infine contemplata al di fuori dell’occhio del ciclone. www.down-nola.com www.myspace.com/downnola

DOWN è presentato in Italia da LIVE NATION

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