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DIRTY BEACHES

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Dirty Beaches Drifters/Love is The Devil Attraverso Badlands (2011), il qui presente Alex Zhang Hungtai seppe mettere in campo (anche in senso filmico) l'immagine di un sentimento notturno e allucinato, della ricerca e dello smarrimento attraverso lo spazio e il tempo, usando il rock'n'roll come icona dissacrata, memoria da deformare. Condizione di esule la sua, taiwanese di nascita, trapiantato in Canada e ancora nomade tra America e Europa, fino a toccare Berlino e gli studi di Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre, dove è stata registrata una parte del disco (l'altra, a Montreal). Niente di particolarmente scioccante sulla carta, un percorso da apolide comune a molti in un mondo ormai globalizzato, ma che sembra aver un peso importante nella psicologia, nell'arte e nella sostanza del Nostro. Quanto alla forma, il doppio album in questione, diciamolo subito, non ha la stessa immediata e ipnotica presa del precedente, ma si presenta come un'opera certamente più vasta e multiforme, con nuove carte espressive nel mazzo, prime fra tutte l'elettronica. Prosegue comunque il discorso sullo sguardo perturbante lungo spazi metropolitani, in un'estetica del viaggio (nello spazio e nel tempo) dove il revival si traduce in sentimento di morte: il fantasma di Elvis che abitava Badlands, metonimia a raffigurare un'epoca e il suo ineluttabile "transitare", è più trasparente, ma ancora permane. Un lavoro diviso in due capitoli separati e consequenziali: il primo, Drifters, più strutturato e arrangiato; il secondo, Love Is The Devil, frutto di manipolazioni ambientali, clangori post-jazz e liquidi drone. La cifra alienata e beffarda la ritroviamo già dall'incipit di Night Walk, mix scarnificato di Suicide, groove circolare di basso, rumorismi spettrali e voce corrosa dal riverbero: un cadavere anni '50 con brillantina e ciuffo ancora intatti. I Dream In Neon ricorda i nostri cari Bachi da pietra, Belgrade è una corsa lungo synth da colonna sonora sci-fi fine anni '80, Casino Lisboa è colorata con le tinte fosche e circensi del post-punk più deviato, fino a ELLI, batteria a 8 bit e un'interpretazione straordinaria dove la metrica pop incontra un minimalismo depresso, quasi da carillon. Sorprende poi l'uso di ritmiche spinte e ossessive a sostenere la colonna sonora di un movimento allucinatorio che raggiunge l'apice nella doppietta Aurevoir Mon Visage e Mirage Hall, nelle quali l'uso del francese e dello spagnolo acquistano una forza espressiva determinante per l'ingresso in un mondo che inizia ad apparire sempre meno impenetrabile. Ed è nella percezione del tutto che risiede il senso dell'operazione. Troppo discontinuo e denso Drifters, troppo umorale e parziale Love…, incapaci entrambi di acquisire una forma propria e compiuta. Insieme, invece, il sentimento e l'esperienza del vagare, unitamente alla presenza dell'amore come forma-pensiero struggente e distorta, creano una sorta di racconto (tra Bukowsky e Lynch), dove i titoli dei brani hanno un peso inaspettato, e che si sviluppa anche in virtù delle contraddizioni che mostra, dei pieni e dei vuoti che scandiscono il ritmo della narrazione. Dopo le canzoni - si fa per dire - della prima parte, è dunque opportuno abbandonarsi al b-side che ne diluisce le nevrosi e le angosce in un moto andante e malinconico. Come se il viaggiatore si fosse fermato a contemplare la veduta di una città sterminata fatta di luci sfocate, provando a entrare nelle finestre intermittenti dei palazzi, provando ad abitare le vite che trascorrono negli appartamenti, nelle automobili che percorrono le strade, in un passante lontanissimo. A partire dalle atmosfere noir e meditabonde di Greyhound At Night tutto è lasciato a metà, proviene da un altrove e in un altrove sfuma; tutto si abbandona su caldi tappeti di organi, rintocchi di vecchi pianoforti, interferenze analogiche (Woman), archi malinconici (Love Is The Devil) e chitarre evanescenti. Dall'immancabile ballata romantica tra sogno, incubo e realtà (ancora Lynch) di Like The Ocean We Part, si arriva alla chiusa di Berlin, ultima tappa di questo viaggio imperfetto e forse sovrabbondante, ma pregno di sensazioni e scorci di un realismo lisergico, inquietante, eppure fotografico. http://dirtybeaches.blogspot.it/

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