Cosa succede in “Karma”? Beh, a mio modo di sentire un parziale recupero della componente metal c’è, anche se in tanti sostengono il contrario, quando ascolto il disco riconosco che una solida base metal che permea i brani è riscontrabile, la “riffistica” tipica del genere, con i suoi colpi a martello inflitti alle corde, io la sento eccome; nella prima parte del disco a dire la verità assume una connotazione quasi hard rock o hard’n’heavy, per poi mordere un po’ di più nella seconda metà. L’unico brano dove questa base sembra mancare è “Words Are Failing”, che sarebbe stato bene sia in “Legacy” che in “Shehili”, ne sembra proprio un retaggio. E così il bel mix con cui la band si era distinta sembra essere parzialmente tornato, la sensazione di essere di nuovo di fronte ad un azzeccato oriental metal c’è. Però non bisogna assolutamente cantare vittoria, è bene avvisare chi voglia approcciarsi all’album che non conviene aspettarsi né un disco come “Desert Call” (sarebbe chiedere troppo) ma probabilmente nemmeno come “Tales of the Sands”, pena rimanerne parzialmente delusi. Cerchiamo di essere sinceri ed obiettivi, non sono ancora i veri Myrath, quelli autentici, perlomeno lo sono al 50% (possiamo fare 55-60 se arrotondiamo per eccesso); l’impostazione è ancora tendenzialmente leggera, quel metal di cui parlo è ancora piuttosto rarefatto, timido, impacciato, non è ancora in grado di soddisfare le lunghe chiome da headbanging selvaggio, si affaccia sul balcone sonoro ma non vuole davvero diventare protagonista come un tempo, la sua presenza si avverte eccome ma non sposta gli equilibri.