Schegge, album numero quattro che esce a tre anni dal piuttosto celebrato Gommapiuma, pare intenzionato a capitalizzare proprio questa alterità fisiologica per farne una specie di cavallo di Troia, ovvero un codice in grado di innestarsi dentro a un altro codice per farne propria la capacità di diffondersi in maniera più estesa. Detta così sembra il risultato di freddo e puro calcolo, invece il processo si consuma con una certa naturalezza e produce frutti interessanti: per dirla chiaramente, Giorgio Poi sceglie di regolare stile e registro sul modello della “canzone estiva melodiosa”, quella miscela cioè di miraggi accattivanti e languidi, bolle sonore dal peso specifico sospettosamente prossimo allo zero che però dissolvendosi scavano vuoti sconcertanti, come se fossero stregonerie piovute dal dominio dell’effimero a suggerire che l’impermanenza è la chiave di più o meno tutto, e non c’è mistero che non si dissolva nell’esaurirsi delle belle stagioni, nell’ipnosi che sospende il tempo produttivo e ti getta nel tempo senza tempo dell’anima.