Mater Nullius di Davide Ambrogio è un rituale sonoro che esige senza mezzi termini presenza, tempo, corpo. Davide Ambrogio firma un’opera radicale e necessaria, che affonda le mani nella tradizione orale della Calabria e del Sud Italia per riportarne in superficie non la forma, ma il senso più profondo – quello simbolico, spirituale, ferito. Il titolo Mater Nullius, madre di nessuno, è già una frattura. La terra non come origine accogliente, ma come corpo desacralizzato, consumato, privato del suo statuto materno.L’album è un percorso iniziatico in quattordici stazioni: i quattordici brani seguono una struttura simbolica che richiama la Via Crucis, ma senza dogma né retorica. Parola uno apre con una marcia percussiva che è già presa di coscienza. Il linguaggio diventa il primo campo di battaglia; segue Boscu che è soglia e varco, una foresta iniziatica in cui il suono si fa visione. Sordi trascina l’ascoltatore in una danza ossessiva e crudele, ricordando che la morte è l’unica certezza non negoziabile. Con Arsa il tempo rallenta: una ballata notturna che osserva il presente come terra bruciata. Parti invece introduce la figura della Madre, non come consolazione ma come possibilità di perdono. È un passaggio emotivo decisivo, che apre alla discesa vera e propria. Il Ballu di diavuli è catabasi pura: ritmo tribale, oscurità necessaria, morte simbolica. Stabat restituisce al dolore una dimensione collettiva, arcaica, femminile. Spadi è uno dei vertici concettuali del disco: le sette spade non sono più solo ferite di Maria, ma le lacerazioni inflitte dall’uomo alla Terra, che tornano indietro come colpa. Vallje invoca il femminino sacro e la Luna Nuova, mentre Turba! esplode come una festa feroce contro il vuoto del potere contemporaneo. Orbi è un capolavoro sensoriale: ciechi che vedono più a fondo, grotte sonore in cui il buio non nasconde ma rivela. Vaiu di Notti affida tutto alla notte e alla luna, mentre Vasha ricompone le fratture in una danza spiralica di unione e trasformazione. Miserere chiude il cerchio con un canto che è fine e inizio insieme, ritorno al silenzio dopo il rito.