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BOY HARSHER European Tour

BOY HARSHER European Tour
Careful centra l’obiettivo scendendo a piccoli compromessi che fortunatamente non snaturano il format del duo americano, anzi lo rendono più forte e trasversalmente appetibile. Un format che unisce darkwave, synthpop ed electropop dai contorni EBM in cui le ipnotiche ripetizioni sono al servizio di un oscuro e claustrofobico universo sonoro in cui il Weird e l’Eerie, per citare l’ultima opera consegnataci da Mark Fisher, vengono lambiti solo in rare occasioni: l’alto dosaggio di situazioni da dark-drama è infatti talvolta accompagnato dalla – sorpassata – ingenuità dello stereotipato immaginario goth che a conti fatti non riesce ad essere né strano né inquietante. Decisamente più coinvolgente, invece, l’immaginario che unisce l’algida wave albionica tutta frustini & latex e i notturni quanto perturbanti paesaggi americani di David Lynch che ci portano dritti in qualche disperato motel di provincia (gli ottimi singoli Face the Fire e LA). Tra un motel e l’altro ci aspetta una lunga corsa notturna al volante (Keep Driving, intro strumentale a dir poco cinematica), durante la quale Jae ci consegna languide melodie sensualmente sussurrate in bilico tra uno spoken biascicato e i ricordi di una spettrale Nico, mentre Augustus imbastisce un suono meglio definito e più cristallino rispetto al passato, ma non per questo meno fumoso e denso quando serve. Negli episodi più dinamici – LA, con passaggi quasi hi-nrg, e soprattutto la frenetica Come Closer e i suoi elevati BPM – i punti di contatto con i primi vagiti targati Boy Harsher sono ancora forti, ma ad emergere è una maggiore tendenza a un più levigato synth-pop: Fate, ad esempio, intarsiata su un synth leggiadro che sembra provenire da qualche dimenticata hit anni ottanta privata di qualsiasi colore o di qualsiasi verve radiofonica , o ancora la sua traccia gemella Tears – introdotta da suoni ad altezza Depeche Mode – e Lost, materiale che probabilmente non dispiacerebbe a Johnny Jewel

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