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FREQUENZE DISTURBATE 2005: A VOLTE RITORNANO…ALL’ALBORNOZ Di nuovo ad Urbino, di nuovo alla Fortezz
Marquee Moon
Autore: Daniele De Liberato
VENERDI’ 5 AGOSTO 2005 A-14, direzione nord. Non sembra l’Agosto rovente che sarebbe lecito aspettarsi. Meglio così? Forse. Fatto sta che viaggio da Ancona a Urbino, passando per Fano, senza stillare goccioloni di sudore, e mi pare già un’assoluta conquista. E l’aria condizionata è a livelli da minimo storico. Lo stereo della macchina sputa qualcosa dei Maximo Park: mi tengo volutamente lontano da quello che ascolterò a Urbino. Del andarsi a riprendere uno dei primi dischi dei Dinosaur Jr. sarebbe stato troppo facile. Arrivo nella città dei Montefeltro e recupero il mio biglietto appena un attimo prima che sul palco della Fortezza Albornoz salgano i One Dimensional Man. Sono le 19 in punto. Niente Piazza Duca Federico per il sottoscritto. Quello che cerco è al main stage dell’Albornoz. E ben presto mi trovo là dentro, in un’atmosfera familiare, fra facce note e meno note e quel non so che di sempre uguale eppure sempre nuovo che si accompagna da sempre a ogni riedizione del festival urbinate. Il sole è alto, non troppo caldo. Gli spazi ancora ampi. Ma sotto il palco c’è già un buon nugolo di spettatori, coagulato dalle sferzanti note dei One Dimensional Man: punk’n’roll di chitarra-basso-batteria, rumore affilato ma un pochettino perso nell’ampia distesa dell’Arbornoz, a confermare una volta di più che il meglio della loro potenza i tre sono in grado di esprimerlo in piccoli clubs, dove sudore e spinte la possono fare da padrone. Punto forte: la sempre graziosa ‘Tell Me Marie’. Piadine e stands con dischi, libri, gadgets, spille e t-shirts sono un punto fermo dei cambi palco. L’unico problema è riuscire a entrarci. Ci metto una buona mezzora a farmi largo fra gli astanti per sbirciare un pacco di vinili, ed ecco che tocca ai Jennifer Gentle e al loro pop lisergico. Pur visti poco meno di una settimana prima, credo meritino una valutazione attenta. E sono curioso di verificare la loro tenuta sul grande palco di un festival importante. Non deludono: scorrono i pezzi dell’ultimo Valende con buon piglio e discreta carica, ispirati forse da un sole che comincia a tingere di rosso parte del cielo. Bizzarri sì, un po’ cappellai matti. Ma questo il pubblico lo sapeva. E sorride compiaciuto, applaudendo. Poco più di mezzora, ma assolutamente all’altezza. Promossi con lode. I volti noti cominciano a moltiplicarsi: da quelli dei musicisti (i Midwest al gran completo e Jukka dei Giardini Di Mirò, solo per citarne alcuni) a quelli degli amici vicini e lontani nella penisola. Urbino è anche questo. Bello, no? Stavolta mi ci metto di punta e cerco di approfittare del cambio palco (in attesa dei Raveonettes) per prendere in considerazione l’eventualità di abbandonare in altre mani qualche decina di euro per dischi e altre amenità. Scorgo qualcosa in 33 giri, ma tentenno. Della t-shirt del CBGB che vorrei non hanno la taglia, maledizione. Sotto questo profilo, parrebbe non essere giornata. Mi consoleranno i Raveonettes appena saliti sul palco? Vedremo. Mi faccio avanti, convinto: devo proprio capire se si tratta di un bluff da tendenza modaiola oppure c’è del vero (e del buono) nella loro musica, come comunque parrebbe trasparire dai dischi, soprattutto l’ultimo Pretty In Black (uscito da poco) che – abbandonato il noise di matrice Jesus & Mary Chain – propone ballate da cheek-to-cheek in perfetto stile anni ’50 e riffs surf ultra-riverberati. I loro tre quarti d’ora di show sono un buon compendio di tutto ciò: ci sono i pezzi più noti e tirati dei primi due dischi, come ‘Beat City’ e ‘Attack Of The Ghost Riders’ (melodie decisamente pop nascoste sotto una densa coltre di feedback), ma c’è spazio anche per parecchi pezzi del nuovo disco, a partire dal singolo ‘Love In Trashcan’ per continuare poi con il quasi twee-pop di ‘My Boyfriend’s Back’ e l’incedere disco-pop di ‘Twilight’, perfetta già dal titolo per il tramonto che ormai nasconde il sole dietro le colline pesaresi. Solo fenomeno trendy buono per queste stagioni di revival rock’n’roll? I danesi non sciolgono l’enigma, comunque divertono. Anche di questo è fatto un festival. Va bene così. Onesti nonostante un po’ di pose da star e un a presenza scenica non proprio memorabile. Ci si prepara all’arcidruido Cope con un misto di attesa e curiosità dettato più che altro dall’eccentricità e dalla folle bizzarria del personaggio. Chiacchierando con amici e conoscenti mi rendo conto che sono in molti a non averne mai sentito parlare. Cerco di dar loro qual che punto di riferimento e qualche nota biografica, perché tutti sono curiosi di sapere che cosa sentiranno di lì a breve. Fallisco miseramente perché, ironia della sorte, anch’io non potevo sapere cosa avrei visto e sentito sul palco. Un urlo lancinante squarcia il silenzio della Fortezza e richiama all’ordine quanti erano più intenti a sbranare croccanti piadine e a bere decine di pinte di birra: il buon (?) Julian sale sul palco ed è un vero e proprio shock visivo: lunghissimi capelli biondi, gilet di pelle nera a coprire il nudo torace, pantaloni anch’essi di pelle e anch’essi (ovviamente) neri, cappello nero da poliziotto (di pelle, manco a dirlo), occhiali scuri. In poche parole una perfetta caricatura glam-metal anni ’80. Roba da non credere. Ora vai un po’ a spiegare, a chi non lo conosceva, che Julian Cope a cavallo tra ’70 e ’80 era stato colui che coi Teardrop Explodes aveva ridisegnato i tratti dell’art-rock e della new wave, ispiratore di Blur e Maximo Park e tanti altri artisti e gruppi pseudo-artistici. A chi la darei a bere? Il sig. Cope imbraccia una Gibson Flying V e si lancia in roboanti virtuosisimi chitarristi in perfetto stile hard-rock. Oddio, ci deve essere qualcosa non va. Rilegge parecchi episodi firmati con lo pseudonimo Brain Donor (quelli – appunto – più lisergici e violentemente garage) intermezzandoli con episodi sciamanici, monologhi al limite del comprensibile, invocazioni da santone pagano. Un po’ Iggy Pop, un po’ Jim Morrison. Abusare con gli acidi fa male, capito ragazzi? Chissà se in giro per le università inglesi e americani (perché questo – ovvero Cope – è anche un attento studioso e cultore delle civiltà pre-celtiche, uno che ci ha scritto sopra fior di pubblicazioni…mica suonato del tutto, eh?) ci va vestito in questo modo…vorrei proprio averlo avuto, un prof così. Stavolta è andata, sarà per la prossima campata. La sua esibizione non sortisce però gli effetti sperati, dato che buona parte della gente lo manda cordialmente all’altro paese e decide di dedicarsi ad altre, più ludiche attività (tipo andare in bagno…). Genialmente provocatorio, intelligentemente sarcastico o un semplice cazzone svampito vestito da metallaro che suona musica orrenda? Difficile a dirsi. Musicalmente non si può certo dire che si tratti di un’esibizione interessante, specie considerando che finisce per collocarsi in un contesto strettamente indie. Prova a riscattarla una (a quel punto inattesa) riproposizione di ‘World Shut Your Mouth’, pezzo davvero buono per muovere piedi e culo. Come a dire: ‘Ehi, ragazzi, in fondo sono sempre io!’. Ma è una mosca bianca, perché poi non c’è traccia di ‘Trampolene’ nè di ‘Sunspot’ e allora senti che davvero è mancato qualcosa. In conclusione di concerto, a spogliarello ultimato, le prime file riferiscono (voce non confermata, né però smentita) di tagli autoinferti sul torace con l’asta del microfono spezzata, e l’altro chitarrista pronto ad accorrere a leccare il prezioso sangue dell’Arcidruido affinché non ne andasse persa neanche una preziosa stilla. Giusto che il carrozzone-Cope si chiuda così. Permettetemi una considerazione: se tale “pagliacciata” possa essere servita a spezzare quella certa seriosità indie che di solito tende ad accompagnarsi a eventi del genere, allora la palma del migliore andrebbe proprio a lui, Julian Cope. Avrei voluto vederlo nel backstage, davvero. Chissà che risate si sarà fatto il vecchio amico-nemico Ian McCulloch nel vederlo così. Ora è il momento dell’attesa. Si aspetta il ritorno dell’unico dinosauro non ancora estinto. O meglio, estintosi alcuni fa ma pronto, per l’occasione, a recitare il ruolo dell’araba fenice. Un dinosauro piccolo, eppure tremendamente grande. L’Albornoz strapiena è li tutta per loro, di nuovo insieme dopo quasi vent’anni. E’ un tripudio di maglie recanti la scritta Dinosaur Jr. Sul palco J Mascis, Lou Barlow e Murph. Se permettete, è parte della storia del rock degli ultimi ventenni. Attaccano gli strumenti e salta subito all’occhio la ditianza fisica e spaziale che separa Mascis e Barlow, entrambi ai rispettivi estremi di un palco che sembra in realtà un ring, coi contendenti ai rispettivi angoli. Ma quando suona la campana la tensione dell’incontro diventa magia, e i due contendenti si sfidano a colpi di note furenti e selvagge. Da un lato il virtuosisimo chitarristico sghembo e assolutamente personale di Mascis, dall’altro il basso distorto, violento e percussivo di Barlow: Una contrapposizione che dona ai pezzi, per lo più tratti (non caso) dai primi tre dischi (con You’re Leaving All Over Me, anno del Signore 1987, riproposto quasi interamente). Il trio tritura con passione ‘In A Jar’, ‘Lung’, ‘Kracked’, persino ‘Forget The Swan’ (brano d’apertura del debut Dinosaur), senza soluzione di continuità e senza lasciare spazio agli episodi più morbidi. Puro e semplice hardcore, grunge ante litteram proprio come lo inventarono vent’anni or sono. E quando presentano ‘Just Like Heaven’, cover dei Cure, facendola poi seguire dall’anthem ‘Freak Scene’, il pubblico – vinto e commosso – sentitamente ringrazia e tributa agli eroi di un tempo la doverosa venerazione. E’ buio e fa freddino ma Urbino è magica stanotte. A mezzanotte e mezzo è tutto finito. Lascio cinquanta euro per cinque vinili e me ne vado a fare un saltino al Cortile Raffaello per il DJ-set in coabitazione fra Covo Club e Unhip. Si aprge la notizia di una possibile defezione di Daniel Johnston a causa di problemi fisici. Il tempo di salutare, e pensare al giorno successivo. Con la viva speranza che Johnston ci sia. Buona la prima, domani si replica. SABATO 6 AGOSTO 2005 La giornata pare iniziare in tono minore. Le condizioni meteo non paiono eccezionali, ma è solo un falso allarme. In realtà il sole torna ben presto a fare capolino indisturbato. A mezzogiorno Urbino pare sonnolenta, ancora addormentata. In realtà quella parte di essa che vive il festival è solo in pausa da eccitazione e fermento festivaliero. Come si affaccia il pomeriggio, si ricomincia. Mi affaccio in Piazza Duca Federico nel mentre dell’esibizione degli ArteMoltoBuffa. Purtroppo vengo ben presto raggiunto dalla notizia, definitiva e confermata, dell’assenza di Daniel Johnston. Ahimè, un vero peccato. In parte oggi ero rimasto qui per lui, non solo per i Bunnymen. I varesini Midwest (scuderia Homesleep) vengono prontamente dirottati sul main stage dell’Albornoz: apriranno loro la serata “ufficiale”, alle 19. Ad ogni modo il pomeriggio regala qualche siparietto divertente, su tutti l’incoronazione di Giovanni Gandolfi (Unhip Records) come “uomo del millennio”: un gran bel passo avanti per uno che in occasione dell’ultima edizione di Frequenze Disturbate era stato eletto all’unanimità “uomo dell’anno”. C’è anche Emidio Clementi con il suo reading, artista sempre affascinante. All’Albornoz, come detto, si sale alle 19. Stavolta parrebbe esserci meno gente rispetto alla giornata precedente. Molti si siedono sul prato e decidono di assistere così, seduti, ai concerti. I Midwest presentano i brani del loro ultimo Whatever You Bring We Sing con un brio in passato assente. Visti appena due giorni prima, ad Ancona, mi confermano gli enormi passi avanti fatti nella dimensione live, che ora affrontabno con un sound più fresco e accattivante senza rinunciare però ai loro marchi di fabbrica, ovvero melodie alternative-country impreziosite dall’uso del banjo, del piano Rhodes e di synths d’annata. Li seguono i Kech. La voce di Giovanna Garlati arrotonda bei quadretti indie-pop, un po’ Pavement e un po’ british, come se ingenuamente non sapessero da quale parte andare. Il loro Join The Cousins è disco fresco e spigliato e dal vivo la band monzese/milanese gli riesce a rendere giustizia. Menzione d’obbligo. Contrariamente alle mie aspettative, i Sons & Daughters (scozzesi di Glasgow) sono più attesi dei Sophia e buona parte del pubblico è in fibrillazione. Devo ammettere di non aver particolarmente amato il loro disco, ma ciò non mi impedisce di riconoscerne i meriti dal vivo, specie in una giornata come questa: la loro miscela punk-folk, che fonde con disinvoltura il rockabilly al country e al blues, ha presa rapida e il pubblico li ricopre di flash e di applausi. Gli scozzesi sorridono e paiono divertiti, contagiati forse dall’italico calore. Chiudono col botto. Tosti. Forse mi andrò a riprendere The Repulsion Box, una volta a casa. Quando arrivano i Sophia (stavolta senza Adam Franklin, ex-Swervedriver) il pubblico parrebbe volersi prendere una pausa. Robin Proper-Sheppard all’inizio ha qualche problemuccio con la prima canzone, poi file via bene ma senza scosse e col tempo l’esibizione della band scade nella monotonia e nella noia. Il coup de theatre che mancava lo regala la corrente elettrica, che decide di far cilecca. Regala un brivido, se non quasi suspence, che Robin coglie al volo decidendo di intonare una versione acustica di ‘Oh My Love’. E’ l’unico momento davvero divertente di una performance in tono minore. Purtroppo. Le lancette dell’orologio tornano a scorrere indietro quando sul palco si materializza Ian McCulloch, “the king of cool”, e i suoi fedeli Bunnymen. Potrebbero capitalizzare il revival della new wave anni ’80, e invece prediligono suoni puliti e un andamento fermo che regala pochi brividi (con l’esclusione di ‘The Killing Moon’, esguita appena dopo ‘Nothing Lasts Forever’). Sorprendente, nella sua banalità (se vogliamo), la scelta di coverizzare ‘Walk On The Wild Side’ di Lou Reed e ‘Roadhouse Blues’ dei Doors (vecchio amore psichedelico della band di Liverpool). McCulloch è indiscutibilmente un signore del palcoscenico: ha classe da vendere, uno stile impeccabile, un fascino ancora intatto nonostante gli anni. Intona ‘Lips Like Sugar’ e ogni tanto porta alla bocca la sigaretta che ha in mano. Ma fatica a reggere da solo l’intera scena. E l’esibizione scorre veloce, formalmente impeccabile ma obiettivamente poco emozionante, sino alla conclusione. Che segna, del resto, anche la fine dei miei due giorni di festival. Belli, densi e pregevoli. Mi asterrò dalla domenica perché in fondo sarebbe troppo. Il cortile Raffaello, con la musica selezionata dai DJs del Velvet, è il mio ultimo scorcio su questa edizione di Frequenze Disturbate. Con un arrivederci al prossimo anno. Ah, la domenica poi? Rovinata da pioggia e vento…che dite, avrò fatto bene a non restare?
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