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Dwight Twilley
Sinceramente… Non importa.
Green Shadows,White Whale
Autore: Mauro Carassai
A dire la verità non è che ci vada poi tanto di tirare fuori la solita storia: la manfrina melodrammatica che grida all’ineluttabile sopruso esistenziale circa la mancata notorietà di artisti che ‘avrebbero meritato molto di più’, l’invettiva giornalistica che ci fa sentire ‘paladini per procura’ di diritti mediatici non corrisposti, la struggente riflessione secondo la quale in un mondo che girasse meno in fretta avremmo avuto il tempo di accorgerci anche di tutte le gemme destinate a brillare non viste. La vita è fatta anche di casualità. Un incidente stradale ci strappò Marc Bolan a soli trent’anni mentre un Bowie col triplo mento continuerà a assassinarci i ‘padi…glioni’ ancora per chissà quanto; una (probabile) overdose ci privò di un allora semisconosciuto Gram Parsons a soli ventisei mentre presumibilmente ci ritroveremo Ryan Adams a scimmiottare stilemi rock ormai fetidi perfino sulla sedia a rotelle; io me ne sto qui a scrivere un articoletto e qualcuno sta indebitamente vivendo la mia vita in un’ex casa di Clark Gable sulle colline di Beverly. Lassù agiscono in modo imperscrutabile e noi quaggiù non possiamo che fare altrettanto. Ecco perché c’è gente là fuori in questo momento che sta forsennatamente cercando di procurarsi 47 Moons vale a dire l’ultima opera di Dwight Twilley (che dovrebbe uscire proprio in contemporanea con queste righe per la DMI) e altra che continua a collezionare singoli di Ian Brown. Ecco perché qualcuno volterà questa pagina distrattamente e qualcun altro arriverà – magari altrettanto distrattamente, non chiedo di meglio – fino alla fine. Qualcuno avrà un barlume di interesse all’ascolto e si metterà a cercare qualcuno dei suoi dischi; qualcun altro memorizzerà ben bene il suo nome per ricacciarlo quando avrà voglia di sentirsi splendidamente ‘alternative’ o enciclopedicamente erudito. Beh, posso assicurarvi che in ognuna di queste eventualità, nel particolarissimo caso di Dwight Twilley avete rigorosamente fatto proprio la cosa giusta. Sì perché la musica di questa (per pochi venusiani ‘letteralmente fan-ta-sti-ca’) icona rock americana di serie C (giusto perché nel post-Tarantino la B è troppo bizzarramente affollata) è un plasmatico ibrido che merita soltanto di infilarsi giusto negli interstizi di qualsiasi dimensione dell’esistenza: sia essa il musicbiz, le classificazioni di genere o il vostro cuore. Il sound di Dwight dai primi settanta fino ad oggi ha continuato ad essere come una fantastica immagine gestaltica. Basta cambiare il proprio centramento fenomenico e possiamo scorgervi tante cose differenti col risultato che potrebbe, appunto, anche non piacercene nessuna. Come sempre, con i bersagli mutevoli non si fa mai centro. Nei casi in cui è riuscita a raggiungere gli ascoltatori (e di problemi a tal proposito ne leggerete diversi), la musica di Twilley è, ed è sempre stata, troppo american per il pubblico brit, troppo rockabilly per piacere ai popsters più inguaribili, troppo Beatlesiana per i glamsters, troppo suadentemente androgina per scuotere i rockers e troppo roots per affascinare perdutamente i new romantics (occhio a considerarlo un cerchio, si rischia di non uscirne). Eppure, forse proprio grazie a questa sua ‘agilità’, a guardarla oggi essa sembra qualcosa di miracolosamente sfuggito all’imprinting grottesco di quel “decennio dimenticato dal buon gusto” che furono gli anni settanta. Una musica che forse ha continuato a ripetere sé stessa nel suo personalissimo limbo negli anni a seguire proprio nella speranza di incastrarsi in una buona congiuntura culturale che invece, ahimè, nel suo caso non è mai arrivata. Diventare popstars è cosa mica da ridere e non tutti hanno avuto la fortuna di essere i primi come lo furono i Beatles. Quello che conta però è che non fu solo un allora sconosciuto Brian Jones (Rolling Stones) ad andare a casa ripetendo ossessivamente “lo voglio anch’io, lo voglio anch’io” dopo essere stato scambiato per un membro del quartetto di Liverpool da uno stuolo di ragazzine adoranti che lo riempirono di ‘attenzioni’. Lo fecero probabilmente anche due ragazzini di Tulsa, Oklahoma in una lontana serata del 1967 dopo la proiezione del film dei/sui Beatles A Hard Day’s Night in una affollata sala della loro cittadina. Come tutti i sogni pop anche quello di Dwight era infatti iniziato nella prima adolescenza scrivendo canzoni nella sua cameretta; ma i suoi brani, prima di quella fatidica sera, non avevano mai trovato né il modo né forse la giusta dose di convinzione per essere fissati su celluloide. Sarà invece l’incontro con Phil Seymour (musicista e cantante dotato di talento tanto quanto Dwight, nonché sfegatato fan dei Fab Four accorso anche lui alla proiezione) a portare Twilley alla realizzazione di alcuni acetati in tiratura davvero ‘limitatissima’ che furono pensati tutt’al più come copie da distribuire all’interno della cerchia dei loro compagni del liceo. Una piccola parte di questo materiale si può reperire ancora oggi perché contenuto nella raccolta Between the Cracks, Vol. 1 uscita nel 1999, ma i pochi che entrarono in possesso di tali oggetti all’epoca conobbero quei brani a nome Oister vale a dire il nome che i due scelsero per il loro progetto in questa fase embrionale, quasi a sottolineare una struttura simmetrica ‘bivalve’ tra Twilley e Seymour già pensata dal duo come perfettamente conchiusa (e a cui invece nel corso degli anni si affiancherà in più di un’occasione il chitarrista Bill Pitcock sia in veste di musicista che di ‘produttore’). Si tratta però di registrazioni poco più che casalinghe e, fatta eccezione per una versione di “Sky Blue” registrata in uno studio semiprofessionale nel vicino Arkansas, la vera svolta si avrà solo quando i due incontreranno la città di Memphis e la leggendaria Sun Records sulla loro strada per Nashville in cerca di uno studio di registrazione alla loro portata. Sorta di ‘folgorazione sulla via di Damasco’ i due ragazzi non incontreranno solo la più famosa alcova rock’n’roll di tutti i tempi (Elvis, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis erano passati di lì), ma anche un rude artista di nome Ray Harris che in sole quattro sessions di registrazione riesce ad imprimere (ad imporre?) ai due spaesati giovincelli un atteggiamento più ‘wild’ dal punto di vista attitudinale e più propriamente ‘rockabilly’ da quello strettamente musicale. Si può definirlo il momento ‘Beatles meets Elvis’, un trauma tra l’originaria passione per il merseybeat del duo in questione e l’autentica scoperta dell’energia primordiale del soul e del rhythm’n blues da cui probabilmente nacque il lato ‘psychobilly’ di molta musica di Dwight.. Oltre alla manciata di canzoni con Harris, Phil e Dwight registrarono autonomamente nel periodo immediatamente successivo un’altra serie di brani su un quattro tracce Teac 3340 preso in prestito, piazzandosi nel negozio del nonno di Bill Pitcock. I tempi si fanno lentamente maturi perché i tre si impegnino nella registrazione di un vero e proprio demo da spedire alle case discografiche: il trio (in realtà vi figura anche Jim Barth al piano) riarrangia perciò vecchie canzoni di Dwight cosciente dell’altissimo potenziale di quel materiale di partenza e vi imprime una buona dose di nuova energia visibile soprattutto nei continui riferimenti nelle lyrics alla voglia di sfondare a tutti i costi. Il primo nastro The Teac A Tape contiene già quelli che sarebbero stati alcuni veri e propri classici (“You Were So Warm”, “Rock Yourself, Son”, “Come And See Me”, “Love Is A Train”, “Release Me”, “No Resistance”, “Look Like An Angel”, “You’re My Lover”, “Hot Mama”, “Just Like You Did It Before”, “Miserable Lady”, “Lovin’ Me”, e “Baby’s Got The Blues Again”.) e che verranno poi appunto ri-registrati a nome The Dwight Twilley Band. Il secondo nastro invece contiene otto brani di cui la sola “Sky Blue” verrà ripubblicata in futuro. In tutte le composizioni, oltre a un sound pop rock virtualmente inedito per l’epoca, risaltano le incredibili doti vocali armoniche ‘a due’ di Seymour e Twilley che possono essere senza dubbio accostate a quelle di duetti vocali del calibro di Everly Brothers o Simon & Garfunkel possedendo il nitore stentoreo dei primi e la vellutata confidenzialità dei secondi miscelati a un’energia e un feeling personalissimi. Una volta registrati i nastri, nella convinzione che la concittadina Shelter Records non tratti musica simile a quella degli Oister, i tre si spostano a Los Angeles in cerca di fortuna contrattuale. Caso vuole che proprio in quei giorni i tipi della Shelter ascoltino un brano di Dwight dalla voce di un altro interprete (lo stesso che aveva prestato loro il quattro piste) e si mettano in cerca dell’autore con l’intenzione di scritturarlo. Concluso l’accordo con la Shelter, entro soli sei mesi il gruppo, ribattezzatosi The Dwight Twilley Band entrerà nei Top Forty con quello che il San Francisco Chronicler definirà ‘il miglior debutto di tutti i tempi’: il singolo “I’m On Fire” del 1975. La canzone venne registrata nel Church Studio di Tulsa ma da qui in poi il trio registerà in vari luoghi degli States e perfino al Trident di Londra dove verranno incisi molti dei migliori brani del periodo sotto la supervisione di Robin Cable. Sempre a lui si dovrà la produzione negli studi londinesi di “You Were So Warm” con Phil Seymour alla voce, secondo singolo della band e tra le più belle canzoni mai incise da Twilley. Il secondo singolo avrebbe in realtà dovuto essere “Shark (in the Dark)” ma i vertici della Shelter si opposero fermamente all’uscita del brano come colonna sonora del film Jaws (“Lo squalo”) di Steven Spielberg ritenendo l’intera operazione controproducente perché ‘troppo poco rock’ o, se si vuole, troppo smaccatamente ‘tempista’ dal punto di vista commerciale finendo così per ostacolare in modo determinante il successo e la carriera di Twilley (inutile ricordare che il film sarà uno dei successi di cassetta di tutti i tempi). Stessa sorte per un intero album previsto per il settembre 1975 intitolato Fire e contenente molto materiale la cui pubblicazione sarà posticipata a tempo indeterminato (da qui il mito del cosiddetto “B Album” perduto cui parzialmente rimedia la compilation The Great Lost Dwight Twilley Album del ‘93). Il ‘primo’ album a vedere la luce (ossia appunto l’“Album A”) sarà infatti Sincerely uscito nell’estate del 1976. Il disco contiene molto materiale degli ultimi due anni, ossia del periodo ‘75-’76, mentre molti dei brani scritti precedentemente verranno per il momento accantonati. L’album è a dir poco un capolavoro e di solito viene indicato come uno dei migliori dischi dei settanta (verrà ristampato nel ‘89 dalla DCC e nel ‘97 dalla The Right Stuff con aggiunta di bonus tracks) ma all’epoca in cui uscì ricevette pochissime recensioni e una promozione davvero molto limitata (anche perché la Shelter Records preferì impegnarsi nella promozione dell’altro campione di scuderia: Tom Petty che peraltro, malgrado la serie di controversie tutte interne all’etichetta, resterà sempre buonissimo amico dei nostri). Sincerely, adornato di un primo piano di Dwight ‘truly fashion’ in copertina (già utilizzato per il singolo I’m On Fire), contiene davvero gemme rock senza tempo e possono bastare solo alcune brevi considerazioni abbozzate per commentarlo: ditemi chi di voi al solo ascolto di un brano come “Release Me” non si ritrova a sognare (benché le lyrics parlino di tutt’altro) di danzare stretto al proprio partner in qualche coloratissimo dancefloor ultakitsch mentre il mondo sembra languidamente svanire tutt’intorno. E chi di voi non implorerebbe una tregua al disarmo emozionale di un’innocente melodia come quella di “You Were So Warm” capace di farsi ascoltare per ore di seguito (ci sono pochissime canzoni che hanno l’innata capacità di diventare a poco a poco qualcosa di molto simile al colore delle pareti della vostra stanza, qualcosa cioè che non vi verrebbe mai voglia di veder cambiare ogni tre minuti). Se non vi accontentate di questi due esempi (che peraltro limitatamente rimandano solo al lato glamour dell’ensemble) gustate tranquillamente il groove sexy-rock simil-T. Rex di “I’m On Fire”, le venature soul di “Could Be Love” (singolo realizzato subito dopo l’album), il sapore dolciastro Led Zeppelin-iano della title-track, le sferzate glam-a-billy di “T.V.” , lo splendido college pop dal sapore vagamente fifties di “Three Persons” o il candore seventies di “Just like the Sun”. Ogni brano a suo modo potrebbe aver aspirato alla candidatura per diventare “hit dell’anno” ma, come al solito, dovremmo ricadere nel campo della ‘storia fatta con i se’ (“Se Shark non fosse stato bloccato… Se il ‘B Album’ avesse visto la luce…” ecc. ecc.). Niente di tutto ciò avvenne e nell’autunno del ‘76 la band realizzò soltanto una manciata di apparizioni live (diverse in California e qualche altra in qualche sperduto locale del Midwest) nelle quali il trio fu accompagnato da ex compagni musicisti di Tulsa dei tempi degli esordi. I set erano costituti dai brani che avrebbero poi formato il secondo album del gruppo insieme ad altri che non erano ancora usciti malgrado fossero stati composti ormai da diversi lustri. Viene in sostanza inaugurata una dinamica che andrà a costituire un vero e proprio leitmotiv nell’intera carriera di Dwight: quello delle montagne di materiale pronto ma sempre puntualmente non pubblicato. Quando la band torna in studio nel ‘77 (la Shelter era stata nel frattempo rilevata dall’Arista per la quale usciranno i due album seguenti) cerca di catturare la forza e il vigore della dimensione live nelle registrazioni dei brani del secondo album intitolato (forse allusivamente) Twilley Dont’ Mind.Costituito da sole dieci tracce l’album bissa alla grande la qualità compositiva di Sincerely (perfino brani ‘minori’ come “That I Remember” regalano emozioni a non finire, “Rock’n’Roll 47” confeziona una sorta di Kiss-sound versione pop, “Chance to Get Away” è frizzante freschezza bubblegum, “Sleeping” è straziante lamento soft rock ballad a tenuissime tinte psichedeliche) e i due volti in copertina di Dwight e Phil mostrano tutte le carte in regola per un’iconografia rock ready-made. E invece dall’album verranno estratti tre singoli fenomenali (la title-track, “Trying to Find My Baby” e “Looking for the Magic”) che però non vendettero quasi nulla. E dopo un’apparizione al W.A:C.K.O. Show con a Tom Petty al basso, fu approntato un tour promozionale anch’esso di ‘scarso successo annunciato’, se non altro perché in molti shows la Dwight Twilley Band fu infilata come gruppo apripista di - e quindi male accoppiata a - emergenti gruppi punk (!?!). E’ in quest’ottica che va valutato anche un altro non del tutto trascurabile incidente del periodo, quello relativo alla splendida e infuocata apparizione al Don Kirschner’s Rock Concert che non andò mai in onda per i problemi legali di cui fu oggetto il footage irriverente e offensivo dei Sex Pistols. Un evento che va ricordato forse più che altro perché rappresentò la classica ‘goccia che fece traboccare il vaso’. Phil e Dwight erano già definitivamente sfiniti dalla perenne immobile condizione di avere così tanto materiale eccellente in cantiere che non riusciva mai ad essere pubblicato per ogni sorta di imprevisto. E a questo dovette aggiungersi anche il crescente desiderio di ottenere un ruolo, se non proprio da frontman, comunque più ‘visibile’ da parte di Phil che ormai cantava già in moltissime canzoni di quella che però restava la Dwight Twilley Band. Congedatosi da Dwight, Phil iniziò una buona carriera solista che può vantare un hit in classifica nell’ ‘81 intitolato “Precious to Me”. Il suo cammino artistico proseguirà poi nei Textones dove entrerà poco prima di essergli diagnosticato un linfonoma che ne causerà la prematura scomparsa nel ‘93 (tra l’altro a pochi mesi di distanza dall’aver concordato la pubblicazione di un altro album ‘a due’ con Dwight). Anche Dwight proseguì da solo dimostrandosi del tutto capace di poter gestire nelle proprie mani tutte le fasi dell’intero processo creativo e nel ‘78 pubblicò l’album intitolato semplicemente Twilley per l’Arista contenente ben sette nuove canzoni scritte dopo la dipartita di Phil (che forse costituiscono il motivo per cui oggi tra i fans Twilley viene guardato come uno dei suoi album migliori e, sicuramente, come la più grande omissione tra le ristampe in cd). A dir la verità, a parte qualche episodio particolarmente riuscito (“Standin in the Shadow of Love”, “Betsy Sue” e “I Wanna Make Love to You” che ricreano da sole un aleph del genio creativo di Twilley) l’album si attesta su una qualità che più media non si può. Molto del merito va ascritto infatti anche ai produttori Noah Shark e Max e per la prima volta verrà addirittura realizzato un video promozionale (quello di “Out of My Hands”) che però, ironia della sorte, essendo realizzato circa tre anni prima del successo del canale musicale MTV non trova sbocchi mediatici e non interessa in definitiva a nessuno. La fase successiva vede Twilley effettuare una sterminata mole di registrazioni la maggior parte delle quali – ovviamente - destinate a non vedere mai la luce. Dal ‘79 all’‘81 lavora ad esempio al seguito di Twilley, intitolato Blueprint ma alla fine è l’autore stesso a non essere soddisfatto delle registrazioni e la decisione comune tra artista e casa discografica fu quella di accantonarne la pubblicazione. Continuò però a lavorarci sopra, componendo nuove canzoni e rivisitando le vecchie, ma quando divenne chiaro che difficilmente l’album sarebbe mai stato pubblicato, Dwight decise di donare un paio di canzoni (“Then We Go Up” e “I Love You So Much”) al debutto di Phil Seymour che è praticamente tutto ciò che ci resta di un album mai nato. L’unico bottino dell’esperienza fu l’incisione nel luglio del ‘79 di una delle songs per le quali è probabilmente più famoso in assoluto: “Somebody to Love” (un mix di inarrivabile equilibrio tra roots rock seventies e glam pop irresistibilmente ammiccante) che venne pubblicata in 7” e 12”. Dwight e Pitcock si imbarcarono poi in un tour promozionale nei cui set figuravano un sacco di classici rockabilly (covers di Elvis e Jerry Lee Lewis comprese due canzoni di Ray Harris) e un sacco di originali mai pubblicati. Nell’81 Twilley concluse il suo contratto con la Arista e firmò con la EMI. La prima uscita su EMI sarà Scuba Divers nell’82 basato sulla scaletta del ‘vecchio’ Blueprint ma con l’aggiunta di quattro nuove canzoni. L’album, che contiene anche una rivisitazione di “Somebody to Love”, ebbe una gestazione davvero scombinata (numerosi cambi di produttori e di studi di registrazione) ma paradossalmente sembrò inaugurare un ciclo virtuosamente positivo per il nostro: è di questo periodo uno dei primi casi di programmazione live di MTV che scelse proprio la performance di Dwight al Rockabilly’s North di Houston di circa 70 minuti da cui poi venne estratto perfino un frammento-clip che andò per qualche tempo in heavy rotation. Questo fu anche – finalmente - un buon periodo dal punto di vista delle vendite commerciali a cui si associò l’ennesimo periodo di iperproduttività creativa tanto che sia Twilley che la EMI credettero fermamente che l’album seguente avrebbe sicuramente sfondato. Esce nel 1984 il ‘33 Jungle contenente la splendida versione di “Girls” con Tom Petty alla voce. La canzone divenne un hit e fu bizzarramente accompagnata da un video-clip con ambientazione sullo stile del film Porky’s (nella versione X-rated vi fa perfino un’apparizione Carla Olson) ma per quanto riguarda l’album va specificato che, mentre molta della musica di Twilley riesce quasi sempre a suonare senza tempo, qui solo poche canzoni riuscirono a sfuggire all’ossessione degli ottanta per i sinetizzatori e a tutt’oggi resta un disco parzialmente sconsigliato ai neofiti dell’opera del nostro. Seguirono apparizioni al programma musicale American Bandstand nell’ ‘84 e ‘85 e perfino ai giochi olimpici di Los Angeles dell ‘84. Oltre a “Girls” vennero realizzati i singoli “A Little Bit of Love” e “Why You Wanna Break My Heart” e un paio di canzoni finirono sulle colonne sonore di alcuni lungometraggi (magari non proprio celeberrimi) come Justo One of the Guys e Heavenly Bodies. E’ proprio in questa fase positiva però che Twilley viene approcciato da un promoter di belle speranze che, incolpando la EMI di scarso impegno promozionale, promette di fare di lui una star in quattro e quattr’otto. Riuscendo a fare un buon lavoro per la canzone “Keep on Working” il tipo riesce a convincere Twilley a firmare un contratto d’esclusiva per lui. Contratto di cui in realtà non riesce però ad approfittare dato che il suo volto comparirà di lì a poco su tutti i giornali in veste di imputato in uno scandalo tra mafia e industria discografica. Si tratta di un duro colpo per Dwight, di cui per primo fece le spese l’album Wild Dogs che uscì su CBS con nessuna promozione alle spalle L’album contiene una pugno di buone canzoni e su tutte va certamente segnalata “Shooting Stars” composta per il suo amico Phil all’indomani della notizia della sua malattia. Il periodo 1987 – 1995 vede Dwight Twilley virtualmente scomparso dalla scena, senza etichetta e (a seguito dello scandalo legale) respinto da quasi tutto il mondo discografico. Forse il paradosso davvero epocale è che proprio in questo periodo (più specificatamente nei novanta) vengono pubblicati più dischi nel formato digitale (principalmente ristampe della DCC e compilations varie) di quanti vinili avessero mai visto la luce nei settanta: nel 1992 gli viene chiesta una canzone per il film Wayne’s World, nel 1993 viene stampato The Great Lost Twilley Album, nel ‘96 l’etichetta The Right Stuff pubblica una retrospettiva chiamata XXI che raccoglie brani dal 1975 al 1996 insieme ad alcuni nuovissimi del 94-95 e nel 1999 esce la retrospettiva Between the Cracks Vol 1. In questo periodo comunque a Dwight non resta che cambiare ‘campo d’azione’: l’essere padre a distanza ha come il risultato la stesura del libro Questions from Dad che presto diventa un vero e proprio best-seller. Il libro fu accompagnato da esposizioni dei suoi contenuti grafici in diverse mostre d’arte e ricevette un premio dal Children Right’s Council di Washington dove Twilley fu invitato per tenere discorsi a favore dei diritti dei minori. Nel ‘94 in realtà era stato completato l’album ”The Luck” che però verrà pubblicato solo nel 2001 (diversi gli ospiti come: Vicki & Debbi Peterson delle Bangles o Rocky e Billy Burnette). Il 1995 vede per il nostro il trasferimento nell’originaria Tulsa, un nuovo matrimonio e la costruzione di uno studio di registrazione personale: il “The Big Oak Studio” (certo molto più professionale dello “Zuni”, nome con sui aveva battezzato la sua prima casa quando registrava le prime cose con Phil), e la composizione di un album dedicato alla sua città. Tulsa è il suo primo album di nuovo materiale in tredici anni ed è anche il primo totalmente autoprodotto dal 1977. E dopo Luck del 2001, si arriva quindi a 47 Moons del 2004 che dimostra pienamente, se non altro nelle intenzioni, che per un vero artista in definitiva non contano le cifre (né dei dischi venduti né degli autografi firmati). Insomma, se pensate che il buon Dwight si sia lasciato sconfiggere artisticamente da tutte le traversie che hanno offuscato la sua lunga (e dubbiosamente esistente) carriera o che il suo genio creativo abbia cessato di produrre puntualmente le sue personalissime ‘visoni del mondo’ in formato sette-note, vi sbagliate di grosso. E trovo abbastanza rassicurante l’ipotesi che il nuovo album… lo ritrovi probabilmente così come lo avevamo lasciato: un artista completamente rinunciabile, alieno abitante di un universo musicale ‘parallelo’ di cui si può tranquillamente fare a meno, pellicola ‘in negativo’ di un’immagine mediatica fantasmagorica che continua a propinarci “new sensations” auditive ogni dannata settimana. E in fondo è meglio così: cosa ce ne faremmo in fondo di un acclamato e rispettato musicista ‘di spessore’ di cui nessuno ricorderebbe una singola nota? Gla-mo-ra-ma forever.
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