Umbria Rock Festival a Massa Martana (PG)
Trasimeno Blues, località Lago Trasimeno (Perugia, Umbria)

Porcupine Tree

Porcupine Tree è presentato da:

LIVE NATION

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PORCUPINE TREE

I PORCUPINE TREE, la prog band più amata del globo, dopo il successo del precedente tour che aveva registrato sold out ovunque, fa ritorno nella nostra penisola. La band sarà Giovedì 05 Novembre all'Atlantico Live di Roma, in seguito all'uscita del nuovo album THE INCIDENT, fuori dal 21 Settembre su Roadrunner Records. La migliore occasione per assistere alla maestria tecnica di Steven Wilson e soci! I PORCUPINE TREE saranno accompagnati in apertura dai Demians.Il nome dei Porcupine Tree comincia a circolare nella scena sotterranea inglese nel 1991 in seguito alla pubblicazione di ON THE SUNDAY OF LIFE..., una raccolta di diverso materiale compilata dal cantante, chitarrista e compositore Steven Wilson, ventiquattrenne molto influenzato dalla musica anni '70 di band come King Crimson e Pink Floyd. L¹ambiziosa suite "Voyage 34", pubblicata in quattro parti fra il 1992 e il 1994, riceve una buona accoglienza nella scena indie locale e la popolarità di Wilson si allarga. Fino al 1993 il progetto rimane interamente nelle mani del leader, ma poi la necessità di portare sul palco i brani dei dischi (che nel frattempo si sono guadagnati una larga popolarità underground) fa sì che attorno a Wilson si raccolgano Colin Edwin (basso), Chris Maitland (batteria) e Richard Barbieri (tastiere), già con i Japan. Con THE SKY MOVES SIDEWAYS (1995) il pubblico del gruppo si allarga a livello internazionale, grazie anche a una intensa attività live che porta i Porcupine Tree negli Stati Uniti e in diversi paesi d'Europa (compresa l'Italia, dove l'accoglienza della musica dei Porcupine Tree, di ispirazione “progressive”, è particolamente calorosa). Nel 1996 il singolo "Waiting" fa la sua comparsa nelle classifiche inglesi e l'album SIGNIFY ottiene ottimi riscontri di pubblico e critica. Dopo il live COMA DIVINE (1997), registrato durante un¹esibizione romana dello stesso anno, il successivo STUPID DREAM (1999) vede il gruppo impegnato con un'orchestra di 25 elementi e viene pubblicato in tutto il mondo. LIGHTBULB SUN, nel 2000, privilegia l'aspetto melodico e psichedelico della musica di Wilson e viene salutato da molti come il miglior disco dei Porcupine Tree fino a quel momento. Con IN ABSENTIA (2002) entra stabilmente in formazione il virtuoso batterista Gavin Harrison, mentre i successivi DEADWING e FEAR OF A BLANK PLANET spostano il suono della band verso tonalità più dark, dure e metalliche evidenziando l'amore del leader per la nuova scena heavy metal inglese. Tra la fine 2008 e l'autunno 2009 lo stakanovista Wilson accelera ancora il passo pubblicando il suo primo album solista (INSURGENTES), continuando a coltivare i suoi progetti paralleli (un live a New York con i Blackfield del cantante israeliano Aviv Geffen) e trovando anche il tempo di curare i remix 5.1 di alcuni album storici dei King Crimson su incarico dello stesso Robert Fripp. Fa scalpore anche la sua presa di posizione contro l'iPod (colpevole, a suo dire, di incoraggiare l'ascolto distratto e a bassa fedeltà della musica), esplicitato in alcuni esilaranti filmati pubblicati su YouTube in cui il musicista si applica nella distruzione sistematica del lettore della Apple. A conferma delle sue convinzioni e di un'ispirazione che guarda molto anche al passato, la title track del nuovo album dei Porcupine Tree, il doppio THE INCIDENT, è una suite della durata di 55 minuti che evoca a più riprese “Animals” dei Pink Floyd. INFO http://www.porcupinetree.com/

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  • 16/05/2007 12:05 - Porcupine Tree Fear of a Blank Planet Questa è una recensione difficile. ...

    Porcupine Tree Fear of a Blank Planet Questa è una recensione difficile. Perché non c’è forse peggior cosa del consegnare in mano ad un redattore il nuovo disco di una tra le sue band preferite di sempre, di quelle con cui si instaura un legame indissolubile, che va semplicemente ‘oltre’. D’altro canto, mi vien da dire che anche per questo si oltrepassa il confine che divide un semplice appassionato da chi scrive di musica, ne incontra ed intervista i protagonisti, tenta invano di non ripetersi di recensione in recensione e di dimostrarsi obiettivo in casi come questo. ??“Fear of a Blank Planet” da diverse settimane gira senza sosta nel lettore, e l’entusiasmo iniziale non si è spento, piuttosto è stato affiancato da quella preoccupazione tipica di chi deve giustificare un voto, nello specifico quel ‘non-voto’ che avete letto pochi istanti fa. Una valutazione che si potrebbe spiegare per assurdo: ha senso valutare il disco di una band che, nell’ordine, ha rivitalizzato il panorama del Rock Psichedelico e Progressivo nei primi anni ’90, ha contribuito a fondere assieme fruitori di musica Prog e Heavy Metal (attenzione: in queste parole non c’è riferimento alcuno al Prog Metal, a Dream Theater e derivati!) a partire dalla pubblicazione di “In Absentia” (2002), fino a diventare una delle formazioni più prolifiche, più amate, un genere che essendo unico non può che ispirare una lunga serie di imitatori? Ha senso paragonare qualcosa di assolutamente esclusivo a tutto il resto? Una stellina, un pallino, un numero, sono tutti rapporti tra un’ipotetica perfezione e ciò che si intende valutare. ??Steven Wilson e la sua congrega non potrebbero realizzare un brutto disco neppure volendo. “FOABP” prosegue sulla scia di “Deadwing”, su tinte più oscure e violente di quanto già espresso, ad esempio, nella lunga “Arriving Somewhere (but not Here)”. Come sottolineato dallo stesso Wilson in sede di intervista – a cui si rimanda per quanto riguarda contenuti lirici delle canzoni -, la lunghezza ridotta e l’assenza di pezzi dai toni commerciali quali “Shallow” e “Lazarus” – altri estratti del precedente “Deadwing” – vogliono rendere il disco più intenso, nella forma di un unico lungo ‘pezzo di musica’ trascinante in ciascuno dei suoi cinquanta minuti di durata. Tolti allora gli orpelli, resta la vera essenza dei Porcupine Tree di oggi, un connubio perfetto tra riff duri e chirurgici ed atmosfere da sogno, costantemente conditi dalle diavolerie elettroniche di Richard Barbieri, da un basso mai tanto distorto, da voci mai così effettate; Gavin Harrison, dal canto suo, dimostra con naturalezza impressionante di essere tra i batteristi migliori in circolazione. ??Dei sei ‘momenti’ che costituiscono il monolite “FOABP” è indispensabile citare la lunga “Anesthetize”: oltre diciassette minuti di trip, che partono immediatamente in quarta, attraversando senza cedimenti una lunga parte strumentale, un giro di chitarra che farebbe gola ai Kreator, per terminare in una seconda parte dolce e sognante. Le altre mellow-song rispondono qui ai nomi di “My Ashes” e “Sentimental”, emozioni che lo scorso settembre non è stato possibile assimilare a dovere, quando furono suonate in concerto, ed oscurate dai più noti brani successivi. Ora avete tutto il tempo di marchiarle a fuoco ed affiancarle ad altri episodi stilisticamente simili (non ho detto “Stars Die”, ma l’ho pensato), rievocando un passato ‘ardente’ con gli archi impazziti di “Sleep Together”, e guardando al futuro spinti dall’incedere inarrestabile di “Way out of Here” e della title-track posta in apertura. Potevano i Porcupine Tree tornare a graffiare in modo migliore? Se sì, soltanto immaginarlo costituisce impresa assai ardua.

  • 14/12/2005 13:23 - Se i Porcupine Tree trovassero il varco giusto potrebbero diventare ...

    Se i Porcupine Tree trovassero il varco giusto potrebbero diventare veramente popolari: sono stati paragonati ai Pink Floyd fine anni Settanta, citano i King Crimson, non disdegnano la modernità ambient e compongono melodie fluide. Forse basterebbe un pezzo appena radiofonico, forse la possibilità di essere ascoltati con calma, che a quanto pare pochi hanno. A Roma lo scorso anno cinquemila persone hanno seguito i loro tre concerti. Il recente Stupid Dream, probabilmente non sarà il disco del grande balzo in avanti, ma contribuirà a guadagnar loro un'ulteriore fetta di pubblico. Tranquillo, analitico ed elegante, Steven Wilson, cantante, chitarrista e principale compositore della formazione inglese, non ha una particolare fretta di diventare celebre eppure sembra un po' stanco di continuare a essere, dopo cinque album, un semplice nome di culto. "In Gran Bretagna il nostro pubblico sta crescendo anche se a passo molto lento. Tutto avviene tramite un formidabile passaparola, visto che i media più influenti non sembrano curarsi di musica che sia, anche vagamente, sperimentale. Da noi chi si interessa al circuito rock sotterraneo è il classico maschio sui venticinque trent'anni un po' fissato coi dischi; in Italia e in Olanda invece ho visto uomini e donne in ugual numero ai nostri concerti. Non so spiegarne il motivo, ovvio però che la cosa ci abbia fatto piacere. In genere chi ci scopre non ci abbandona più perché ci trova riconoscibili e perchè apprezza il nostro sforzo di costruire degli album piuttosto che dei riempitivi con due o tre pezzi ad effetto. In realtà nel nuovo album "Stupid Dream" ci sono canzoni come Even Less e Piano Lessons con melodie più accessibili del solito. Di recente ho ascoltato molto i Beatles e i Beach Boys e ho pensato di scrivere canzoni di pop psichedelico adatte al contesto dell'album. Per la prima volta dei pezzi dei Porcupine Tree possono essere suonati in radio senza che questo significhi abdicare alle regole dell'industria". Non è fastidioso essere paragonati a vecchi gruppi come i King Crimson e Pink Floyd? "Non mi importa se qualcuno dice che spiritualmente i Porcupine Tree si avvicinano a certi gruppi anni Settanta. Mi infastidisce sentir dire che suoniamo come i Pink Floyd. Essere paragonati a loro non mi fa più molto piacere. Sotto diversi punti di vista sappiamo di essere andati oltre la lezione dei Pink Floyd. Anche perché i nostri dischi non potrebbero che essere stati incisi negli anni Novanta, visto che hanno un'asprezza di fondo che vent'anni fa non esisteva, nella musica come nella vita. E poi non siamo certo degli artisti retrò, la tecnologia moderna non ci fa paura. La cosa positiva di questo decennio è che l'elettronica ha permesso di fare musica in modo più economico. Gran parte del miglior underground recente è nato da registrazioni casalinghe. E Internet diventerà un mezzo per raggiungere un pubblico vastissimo saltando completamente le grandi etichette e i loro condizionamenti. In fondo è quello che i Porcupine Tree hanno sempre fatto". E il decennio fra gli anni Settanta e gli anni Novanta? "L'unica cosa buona degli anni Ottanta sono stati i Japan. E guarda caso uno di loro, Richard Barbieri, suona con noi". In Stupid Dream, c'è una canzone che si chiama "Tinto Brass"... "Non sono un cultore dei film di Tinto Brass anche se hanno un loro fascino. Mi ha attirato invece questo contrasto fra il cinema e il suo nome. Non so che effetto faccia in italiano ma in inglese Tinto Brass ha un suono straordinariamente poetico (qualcosa tipo "ottone pastellato") e anche molto musicale". La vostra musica ha a che fare con il "sogno stupido"... "Tutti i ragazzini hanno questi sogni ingenui di diventare astronauti o agenti segreti. Il mio era ancora più sciocco. Volevo diventare una rockstar, buffo vero?".

  • 14/12/2005 13:23 - PORCUPINE TREE Lightbulb Sun La trasformsazione dei Porcupine Tree sembra ormai ...

    PORCUPINE TREE Lightbulb Sun La trasformsazione dei Porcupine Tree sembra ormai completa: inizialmente quattro album per la Delerium, bestsellers senza discussioni dell'etichetta diretta da Richard Allen di cui il terzo, "The Sky Moves Sideways", era risultato il determinante spartiacque tra gli schizzi preparatori di Steven Wilson che aveva praticamente attivato il progetto come one-man band, ed il consolidarsi di una vera identità di gruppo, che esplorava gli spazi definiti dai Floyd del dopo Ummagumma con l'apporto ormai paritario delle tastiere di Richard Barbieri e della solidissima ritmica di Colin Edwin e Chris Maitland. Quindi il passaggio alla K-Scope, etichetta del gruppo Snapper con un target più ambizioso (a fronte di una scuderia che comprende i ritrovato Gong), mantenendo però il legame con Allen, che cura ancora il management della band. "Stupid Dream", realizzato lo scorso anno, dava già un'indicazione di rotta precisa che "Lightbuilb Sun" persegue in pieno: gli elementi distintivi dell'estetica Porcupine Tree - la visionarietà psichedelica ancorata ad una scansione ritmica concreta e lineare, lo struggimento nostalgico abbinato a frementi esplosioni di energia, il sovrapporre la lezione del pop britannico più attuale alla tradizione progressiva degli anni '70 - sono irreversibilmente assimilati in uno scintillante prodotto che non esiteremmo a definire mainstream, se questo non rischiasse di generare malintesi. Nessun ammiccamento commerciale emerge infatti da questa raccolta di canzoni che sembrano anzi tra le più ispirate e consapevoli del periodo recente: la qualifica di mainstream va invece letta nel suo senso più positivo, nel conio, cioè, di quella "moneta corrente" che funge da linguaggio di scambio tra diverse generazioni del popolo del rock restando singolare e riconoscibile, non inquinata dalle formulette a basso costo dei corporate-rock. Impossibile, del resto, tentare l'omologazione di artisti capaci di dosare lo zucchero di confetti West Coast alla Graham Nash (la raffinatissima "Shemovedon", e ancor più "How Is Your Life Today?", con quel pianoforte così caratteristico) e subito dopo di vincere la sfida con i campioni del Brit-pop, cesellando in "The Rest Will Flow" un inno vaporoso e dirompente da mandare al tappeto Verve ed Oasis messi assieme. Sotto una superficie aggraziata ed invitante, "Lightbuib Sun" cela come sempre artigli pronti a graffiare, abissi di drammatica desolazione, temi scottanti e sofferti, pronti ad aggredite alla prima distrazione: "Hatesong", cattiva, nervosa ed esplicita come il suo titolo, oppure i due straordinari brani conclusivi, "Russia On Ice", piccola suite progressiva che staglia lo spettrale iceberg dell'alcolismo sul brumoso oceano degli archi e dei synth, e "Feel So Low", che prende a prestito crepuscolari umori REM per vergare una dispenta lirica sul tema dell'abbandono. Molto interessante, per inciso, la mano leggera ed il senso dei colore con la quale vengono inseriti nelle partiture i contributi del Minerva Quartet, archi usati non tanto in senso cameristico, quanto per dare spessore ai "pieni" orchestrali delle tastiere di Barbieri, segno del talento di Steven Wilson, chitarrista, pianista, cantante e quant'altro, anche nelle vesti di produttore. Il sole si è ridotto ad una lampadina, ma i Porcupine Tree sono oramai un faro...

  • 14/12/2005 13:23 - PORCUPINE TREE ...

    PORCUPINE TREE "METANONIA" IMPROVISATIONS 1995/96 - EDIZIONE LIMITATA 500 COPIE Questa incredibile uscita in limited edition comprende brani registrati durante le sessions per l‚album "Signify". La band aveva infatti registrato abbastanza materiale per riempire 2 album e nessuno dei brani qui presenti è mai stato pubblicato in nessuna forma. Ci sono circa 55 minuti di musica in questa splendida confezione gatefold a colori contenente due 10". Un surreale viaggio a 3D in compagnia di un‚orchestra psichedelica.

  • 14/12/2005 13:23 - PORCUPINE TREE Sono partiti dall'intuizioni psichedeliche dei primi Pink Floyd per ...

    PORCUPINE TREE Sono partiti dall'intuizioni psichedeliche dei primi Pink Floyd per approdare a uno "space-progressive" senza più confini. La critica li ha finalmente scoperti, ma il loro destino sembra quello di restare "il segreto meglio custodito del rock". Lo strano caso dei Porcupine Tree, la band britannica che vende più a Roma che a Londra. E che in testa ha uno "stupido sogno": donare eterna vita al progressive degli anni Sessanta. E’ una storia curiosa quella dei Porcupine Tree, alfieri del nuovo progressive rock britannico. Semi-sconosciuti in patria, dove debbono “subire” il primato di gruppi assai meno originali, come Oasis, Prodigy e compagnia, hanno una vera “seconda patria” in Italia e in particolare a Roma, dove, anche grazie alla promozione dell’emittente Radio Rock, sono riusciti a creare una nutrita colonia di fan. E solo oggi, a distanza di quasi dieci anni dal loro esordio, la stampa internazionale si è accorta di loro, “il segreto meglio custodito del rock”, secondo la definizione di un autorevole mensile inglese. “Albero del porcospino”, nato con i primi demo pubblicati su Yellow hedgerow dreamscape, dà il suo primo frutto ufficiale nel 1992, con On the sunday of life, album doppio intriso di musica psichedelica d’avanguardia, che li consacra tra i massimi discepoli dei Pink Floyd. Si spazia da filastrocche alla Syd Barrett (“Jupiter Island”) a ballate in stile “Dark side of the Moon” come “Radioactive toy”, che resterà uno dei loro pezzi più fortunati. E c’è spazio anche per partiture strumentali più complesse, come “Third eye surfer”, con echi di free-jazz alla Soft Machine, e “Nostalgia factory”, intessuta su progressioni d'organo e chitarre alla Yes. Ma dietro i Porcupine Tree non si cela una vera band. Il disco, in realtà, è interamente suonato dal multistrumentista Steven Wilson, chitarrista dalla grande inventiva, nonché abile manipolatore di suoni. "Sovraincidevo tutti gli strumenti nel mio studio e mi preoccupavo poco che qualcuno pensasse che fossi una band o un progetto solista, così decisi per qualcosa di misterioso, dicendo che erano brani prodotti e suonati dai Porcupine Tree", racconta. L’exploit viene bissato nel 1993 con Up the downstairs, trascinato dall’incedere serrato di “Synesthesia”. Un anno dopo, la band incide The sky moves sideways, con Richard Barbieri (ex-Japan) alle tastiere, accentuando la componente “ambientale” della sua musica. Il risultato sono suite dilatate fino alla trance, che però non nasce mai da trucchi o campionamenti, ma dagli strumenti suonati dal vivo. Ascoltare per credere “Moonloop”, in cui si alternano al rallentatore suoni dolcissimi di chitarre, organi e percussioni, prima che il tutto prenda la strada di un’infuocata jam di bluesrock, o anche la tenue nenia di “The Moon touches your shoulder”, costruita su melodie eteree, lasciate fluttuare nell’aria e circondate da accordi impalpabili. L'effetto è trascendente, e non a caso, durante i loro concerti all’aperto, gli spettatori hanno l’abitudine di sdraiarsi per terra e alzare gli occhi al cielo, scrutando le stelle. A partire dall'Ep Waiting, i Porcupine Tree rafforzano l’ensemble, divenuto un quartetto di chitarra, tastiere, basso e batteria. Il risultato è un cambio di rotta verso atmosfere sempre più fiabesche e trasognate. Saggi di questa nuova tendenza sono le due lunghe ballate e pezzi portanti di Signify (1996): “Dark matter” e “I regarded the Cosmos”, che riecheggiano le melodie di “Moonchild” dei King Crimson e i melodrammi dei primi Genesis. Ma la band strizza l’occhio anche al pop, con il singolo “Waiting”. Una formula ormai collaudata, che verrà immortalata in Coma Divine, registrazione di alcuni loro concerti romani. Nel 1999, arriva Stupid dream. Lo “stupido sogno” del Porcospino è donare eterna vita al progressive degli anni Sessanta. Ma se all'inizio il modello erano i Pink Floyd, ora la musica del gruppo si è spostata verso uno "space progressive infarcito di un pizzico di psichedelia", come lo definisce lo stesso Wilson. "Mi è sempre piaciuto il suono di una musica senza limiti, capace di abbracciare ogni cosa, dal jazz alla classica, al punk, al blues, una fusione di suoni e stili", spiega. A Wilson, insomma, l’etichetta “progressive” comincia a stare stretta. “Ritengo che i Porcupine Tree abbiano altre propensioni, compresi stili come jazz, hip-hop e techno, anche se in apparenza ne sembriamo distanti. Il prog-rock degli anni ’60 e ‘70 nasceva da una contaminazione di stili diversi. C’erano i Pink Floyd che partivano dal blues, Emerson Lake & Palmer che prendevano in prestito dalla musica classica, i Jethro Tull che mutuavano dal jazz e dal folk. Oggi i veri gruppi progressive sono gente come Portishead e Radiohead: loro, come pochi altri, sanno unire diverse attitudini creandone una nuova”. “Stupid dream”, in cui Wilson per la prima volta si avvale della collaborazione della band anche in fase compositiva, accentua l'attenzione verso la più classica canzone rock, aumentando le parti cantate e rendendo più accessibili i brani. Ingaggiato Dave Gregory degli Xtc, il successivo Lightbulb sun segna un altro passo avanti per la band. Conserva il gusto per arrangiamenti complessi e raffinati, ma mostra anche una maggiore schiettezza con canzoni più dirette, anche nei testi. "Tutto questo è il risultato di come abbiamo lavorato - spiega Wilson -. Per noi, incidere un disco è una sorta di composizione di un mosaico, e questa volta è stato più veloce. E' anche il disco meno oscuro nei testi. In passato cercavo di costruirli su immagini astratte, e questo li rendeva più difficili da capire. Questa volta sono molto diretti, duri e crudi". Un brano come “Four chords that made a million” (quattro accordi che fanno un milione), ad esempio, è la chiara presa di posizione dei Porcupine Tree sul music business e sulla loro volontà di scrollarsi di dosso l'etichetta di band di culto. "La canzone è riferita a un gruppo in particolare, facile da identificare – dice Wilson -. Ci sono gruppi che prelevano totalmente il loro suono da altre band degli anni '60 e diventano successi internazionali. E questo è un po' frustrante per una band come i Porcupine Tree, che fa una musica non particolarmente ostica, ma originale e potenzialmente ‘mainstream’. Una musica però osteggiata dai mass media, che hanno deciso che non siamo ‘di moda’ ma ‘di culto’. Quello che è successo in Italia, dimostra che quando le gente ci ascolta, piacciamo". Il disco è costruito su forti contrasti di suono, tra chitarre dure e più rilassate. Gli arrangiamenti orchestrali di Gregory si avvertono in brani come “The rest will flow” e segnano l’intero disco, che prosegue la ricerca sul terreno del pop più raffinato. "Gli Xtc sono sempre stati uno dei miei gruppi preferiti e credo che il merito del suono sofisticato e diretto degli Xtc fosse dei suoi arrangiamenti". Ma il vulcano-Wilson non si ferma qui. Tra i prossimi progetti c'è già pronto il terzo lavoro del suo gruppo parallelo, i No Man's Land, inciso con Robert Fripp. "Lavorare con personaggi del calibro di Fripp, Gregory o Barbieri è semplice. Non mi interessano musicisti tecnici, ma quelli creativi". Ma chiedere a Wilson da quali musicisti si senta più influenzato può riservare delle sorprese. “Mi piacciono molto le armonie vocali, dai Beach Boys a Neil Young, da Nick Drake a Todd Rundgren. E, in un certo senso, mi ispiro anche a band americane come Soundgarden, Nirvana, Smashing Pumpkins. Ma adoro anche gruppi meno conosciuti come i Mercury Rev: il loro ‘Deserter’s songs’ credo che sia quanto di più creativo e contemporaneo ho ascoltato di recente”. E i Pink Floyd? “Di loro mi piace soprattutto la capacità di essere ‘multimediali’, sfruttando l’arte non solo come musica, ma quale forma di espressione che coinvolgeva cinema, letteratura e scenografia. Ma oggi credo che i Porcupine Tree siano distanti dall’essere una semplice copia dei vecchi Pink Floyd”. Nel 2001 la band di Wilson ha fatto uscire due dischi, Metanoia (inciso durante le sessioni di registrazione di Signify) e Recordings (antologia in edizione limitata, che contiene alcuni singoli dell'ultimo periodo). Ancora oggi, i Porcupine Tree vendono circa il 30 per cento dei loro dischi a Roma, trainati dai passaggi radiofonici e dal passaparola degli appassionati. Nei primi '70 avvenne qualcosa del genere anche per band come i Genesis e i Gentle Giant, ognuna delle quali ha oggi il proprio cospicuo spazio nella storia del rock. Il tempo dirà se anche Wilson e soci avranno lo stesso destino.

  • 14/12/2005 13:23 - PORCUPINE TREE Stars die - The Delerium years Steven Wilson ha ...

    PORCUPINE TREE Stars die - The Delerium years Steven Wilson ha scalato la montagna discografica tutta quanta, passando da cassettine auto-prodotte a dischi per le indies e ora a una multinazionale, che chissà cosa vuoi farne. Per festeggiare l'evento, e salutare il suo passato, ha allestito questa doppia antologia de luxe che raccoglie una serie di brani noti e rarità fra il 1991 e il '97. Wilson e la sua banda sono noti come grandi falsari. Con le loro liquide tastiere e le chitarre che si snodano come "stairways to heaven", sanno riprodurre perfetti paesaggi immaginari anni '70 o sogni technicolor da UFO Club, oscillando tra psichedelia originale e progressive. Con il tempo hanno sviluppato uno stile più personale ma in queste pagine giovanili sono ancora ingenui e infervorati, tutti intenti a sognare incroci perfetti tra David Gilmour e gli Yes, in una loro capsula del tempo che solo ogni tanto si apre ai giorni nostri. Un bel gioco a volte prevedibile, anche stucchevole, sempre nel cuore del brit rock più melodico e fantastico. Un'utile guida a chi volesse avvicinarsi al complesso e un piccolo tesoro per i più esperti: che troveranno una decina fra rarità, inediti e remix, da Men of wood a una Synesthesia di 8 minuti.

  • 14/12/2005 13:23 - PORCUPINE TREE Steven Wilson e` negli anni '90 uno dei ...

    PORCUPINE TREE Steven Wilson e` negli anni '90 uno dei massimi massimi discepoli della psichedelia dei primi Pink Floyd. Dopo due cassette autoprodotte, composte fra il 1988 e il 1991, che verrano raccolte nel 1994 su Yellow Hedgerow Dreamscape (Magic Gnome), Wilson scodello` quello che rimane il suo capolavoro, il doppio On The Sunday Of Life (Delerium, 1992), un summa di musica psichedelica d'avanguardia che spazia dalle bizzarrie armoniche del primo Syd Barrett alle piece sinfoniche di Ummagumma. Wilson passa quasi tutto il tempo a celebrare i suoi idoli: la filastrocca di Jupiter Island sa di Piper At The Gates Of Dawn; il pop atmosferico di Radioactive Toy rende omaggio a Dark Side Of The Moon; la melodia cadenzata di Nine Cats avrebbe ben figurato su More; e cosi` via. La canzone piu` avvincente, invece, e` quell'incalzante novelty di Linton Samuel Dawson, che non c'entra nulla. Wilson dimostra anche un talento per il progressive-rock in composizioni di largo respiro. La jam strumentale Third Eye Surfer ricorda i Soft Machine, per via degli sfarfallii quasi "dervish" delle tastiere e della batteria freneticamente free-jazz. The Nostalgia Factory fa leva su progressioni d'organo e glissando di chitarra alla Yes. It Will Rain For A Million Years e` un ibrido di colonna sonora western e Carlos Santana. www.porcupinetree.com - SUONANO: 24/11 Roncade (Tv) New Age; 25/11 Trezzo Sull’adda Live Music Club - Info: LIVE s.r.l. - Via Pascoli 2 - 50129 FIRENZE - 055/5520575 - Fax 055/5520524