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14/12/2005 13:23 - Nel mondo della chitarra, è facile convenire sull'unicità di Jim ...
Nel mondo della chitarra, è facile convenire sull'unicità di Jim Hall. I critici di jazz Leonard Feather e Whitney Balliett lo hanno paragonato, per statura e influenza, a Django Reinhardt e a Charlie Christian. Sonny Rollins ne ha parlato come del "più grande chitarrista di jazz", e Alec Wilder una volta ebbe a scrivere di lui: "è così meravigliosamente padrone di sé e del proprio strumento, come se potesse attingere le sue note da una saggezza a lungo accumulata, quel tipo di saggezza che si raggiunge con l'aver assimilato con grande intelligenza la propria intera esperienza di vita". Musicisti così diversi per gusto e orientamento quali Hampton Hawes, Gunther Schuller e Ornette Coleman e Itzhak Perlman hanno tutti applaudito il suo approccio innovativo, come pure i suoi contributi al mondo del jazz. Tale è la straordinaria reputazione di Jim Hall. Un musicista che sembra quasi insensibile alle lodi che riceve. Un uomo semplice e modesto (gli inglesi lo chiamano "The Quiet American") che continua ad affilare la sua arte come un arrotino il suo coltello, impegnato ad esplorare i confini dell'universo musicale, felice di condividere le proprie esplorazioni e le proprie scoperte con gli altri. Nato a Buffalo il 4 dicembre 1930, e cresciuto tra lo stato di New York e l'Ohio, Jim prese confidenza con la musica in casa propria: sua madre suonava il pianoforte, suo nonno il violino e suo zio la chitarra. Aveva dieci anni quando la madre, per Natale, gli regalò una chitarra. Fu allora che cominciò a studiare seriamente lo strumento. A tredici anni, era già un musicista professionista: suonava a Cleveland in un quartetto, con fisarmonica, clarinetto e batteria. Fu il clarinettista a fargli sentire la registrazione di Benny Goodman di Solo Elight, in cui suonava la chitarra Charlie Christian. «Fu un'istantanea assuefazione» ricorda Jim. In seguito, il suo insegnante di chitarra Fred Sharp lo introdusse al modo di suonare di Django Reinhardt. Durante gli anni di scuola superiore, Jim continuò a suonare in piccole formazioni. Quindi entrò all'Institute of Music di Cleveland dove si diplomò in teoria musicale. Poco dopo, lasciò l'Ohio per Los Angeles, dove si mise a studiare chitarra classica con Vincente Gomez. E fu là, nel '55, come membro del quintetto di Chico Hamilton, che Jim iniziò ad attirare l'attenzione, prima nazionale, poi internazionale. Il suo intenso desiderio di vera comunicazione rende prezioso il suo insegnamento. Docente di musica d'insieme presso la facoltà di jazz e musica contemporanea della New School di New York, autore di testi didattici, Jim è stato chiamato a condurre seminari in tutto il mondo, anche a Ravenna: I'edizione '87 di "Mister Jazz" lo ebbe in cattedra, con una nutrita platea di chitarristi provenienti da tutta Europa. Teso sempre alla ricerca di nuove strade di espressione musicale, Hall ha vissuto la propria carriera come una continua sperimentazione, specie nelle combinazioni di strumenti. Oggi lavora soprattutto in quartetto: alla formazione del trio, prevalente negli anni '70 e agli inizi degli anni '80, aggiunge ora le tastiere, ora la tromba. Ma anche il lavoro in duo ha dato grandi risultati: le sue incisioni con i bassisti Ron Carter ('72) e Red Mitchell ('79) sono incomparabili, le registrazioni con Bill Evans nel '66 sono leggendarie, il suo album con George Shearing ('81) non ha eguali. Ed i suoi concerti in solo, sempre più frequenti, sono esperienze rivelatrici per chi ascolta. Jim si interessò molto presto alle possibili variazioni di combinazioni strumentali. Nel '56 il sassofonista Jimmy Giuffre lo invitò a far parte del suo trio, con cui sarebbe rimasto per tre anni. Il bassista venne subito rimpiazzato dal trombonista Bob Brookmeyer. «L'idea di Giuffre era di avere tre strumenti lineari che improvvisassero collettivamente», ricorda Jim. «Giuffre credeva che non avrebbe fatto alcuna differenza se il gruppo avesse o no basso o batteria. Diceva cheglistrumentidovevano essere capaci di tenere il tempo da sé. Era dannatamente difficile, ma fu una delle esperienze più costruttive che io abbia mai avuto». Hall ha anche lavorato con Ben Webster, Paul Desmond, Lee Konitz e Art Farmer. La sperimentazione di combinazioni inusuali, sia di strumenti che di musicisti, continuò. Nei primi anni '70, Jim e Bob Brookmeyer si riunirono per suonare in duo nei club. Nell'84, Jim si esibì in una piece sinfonica composta da Bob, con la Radio Symphony Orchestra di Stoccolma. Interessanti furono anche i due album di jazz incisi con il virtuoso del violino classico Itzhak Perlman ('81) ed il pianista André Previn, con Red Mitchell al basso e Shelly Manne alla batteria. Poi venne Power Of Three, in trio con Michel Petrucciani e Wayne Shorter, registrato dal vivo al Montreux Jazz Festival nell'87. Critici e scrittori hanno correttamente riportato che Jim trae la sua ispirazione da molte fonti, e da tutta una vita di esperienze. Una di queste ebbe luogo nei tardi anni '50, quando Jim era in tour in Sud America con Ella Fitzgerald. Totalmente preso dalla musica "locale", Jim lasciò il tour per passare sei settimane a Rio de Janeiro proprio quando la Bossa Nova stava nascendo. Questa frequentazione finì per dimostrarsi inestimabile e divenne parte della versatilità musicale di Jim, come poi evidenzieranno le sue registrazioni con Sonny Rollins (What's New, '62) e con Paul Desmond (Take Ten eBossaAntigua, '63). Jim guarda all'esperienza con Sonny Rollins come ad un punto di svolta della propria carriera: «il suo modo libero e avventuroso disuonare influenzò enormemente il mio». E ricorda anche: «amavo l'intrepidità di Art Tatum sagli accordi, ma Bartok ha influenzato la mia scrittura lineare; egli era il mio eroe» . Comunque, ama dire, «I'ascolto è sempre la chiave».
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14/12/2005 13:23 - JIM HALL & PAT METHENY
Un duo chitarristico eccezionale che è ...
JIM HALL & PAT METHENY Un duo chitarristico eccezionale che è anche una coppia davvero strana, capace di intesa e ironia, di grande tecnica e sentimento; se nel jazz esistesse un produttore come il regista Billy Wilder già da tempo li avrebbe scritturati vita natural durante. Di due diverse generazioni tanto che il primo può essere considerato un maestro del secondo, ma accomunati da una sensibilità di plettro molto simile, Jim Hall e Pat Metheny si ritrovano ancora una volta, a pochi mesi di distanza dalla collaborazione in By Arrangiament di Hall pubblicato sempre dalla Telarc, e senza difficoltà riprendono un viaggio che si sviluppa su due diversi piani: quello degli evergreen come All The Things You Are o come una straordinaria versione di Summer Time talmente sfruttata da sembrare impossibile che qualcuno ne ricavi ancora qualcosa di nuovo come in questo caso e quello delle pure improvvisazioni, tanto è vero che ci sono ben cinque brani con questo titolo. La cosa sorprendente ascoltando questo cd è poi scoprire il "vecchio" Hall (classe 1930) capace di incredibile modernità ed il "giovane" Metheny (classe 1954) pronto a usare un linguaggio retrò, così che il punto di incontro risulta un non-tempo di grande, assoluto fascino.
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14/12/2005 13:23 - JIM HALL
"By Arrangement"
Il 68enne chitarrista di Buffalo, l'ultimo dei grandi ...
JIM HALL "By Arrangement" Il 68enne chitarrista di Buffalo, l'ultimo dei grandi eredi di Charlie Christian e Django Reinhardt, è ancora capace di regalare album di grande gusto e sensibilità. In By Arrangement ha chiamato al suo fianco Tom Harrell, Pat Metheny, Joe Lovano, Greg Osby e The New York Voices, magnifiche nelle interpretazioni vocali di Waltz For Debbie di Bill Evans e The Wind di Russ Freeman. Bellissima la lunga riedizione di Goodby di Gordon Jenkins, sdrammatizzata a ritmo di bossa nova. Eccellenti gli arrangiamenti di standard jazzistici: Django (con le chitarre di Hall e Metheny che si rincorrono), scritta da John Lewis per il Modern Jazz Quartet, Ruby My Dear di Thelonious Monk e Whisper Not di Benny Golson.
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14/12/2005 13:23 - JIM HALL
Jim Hall è uno di quei musicisti che si ...
JIM HALL Jim Hall è uno di quei musicisti che si potrebbero definire “di sostanza”. La sua musicalità è densa e profonda, il suo riservato modus operandi anziché precudergli strade gli ha aperto autostrade di rispetto e credibilità. La carriera di questo chitarrista nato a Buffalo nello stato di New York, settant’anni fa, è costellata di piccole grandi imprese musicali, nessuna di queste in grado di tramutarlo in una star per i media, tutte invece capaci di fargli guadagnare titoli e rispetto da parte di un nugolo di musicisti e di una fedelissima nicchia di pubblico. Intendiamoci, non mancano i nomi roboanti nel carnet di collaborazioni di Jim Hall - Sonny Rollins e Jimmy Giuffre basterebbero per questo - ma in realtà il puzzle della sua carriera e le inconfondibili pieghe delle sue attitudini stilistiche si distinguono per risultati veri, giochi di sostanza, appunto, e non di forma. Un’educazione musicale forgiata ascoltando chitarristi come Django Reinhardt e Charlie Christian ma anche sassofonisti come Zoot Sims e Bill Perkins, Jim Hall affida i suoi primi passi professionali al quartetto del sassofonista Bob Hardaway, all’orchestra di Ken Hanna e all’ottetto di Dave Pell. All’inizio del 1955, si stabilisce a Los Angeles e inizia a seguire corsi di chitarra classica. Poco dopo, segnalato da John Graas, viene ingaggiato nel gruppo di Chico Hamilton. Il successo del quintetto di Hamilton (completato da Buddy Collette ai fiati, Fredy Katz al violoncello e Carson Smith al basso) gli regala una certa notorietà e gli permette d’incidere il suo primo album solista. Dopo una serie di esperienze newyorkesi(con tra gli altri, Max Roach e Rollins), torna a Los Angeles per reimmergersi nella temperie musicale del jazz della West-Coast, un clima musicale che evidentemente veste meglio la sensibilità creativa di Hall. L’occasione è nuovamente succulenta, si tratta infatti di rinnovare l’organico del celeberrimo trio del clarinettista Jimmy Giuffre. All’inizio si trova con Giuffre e Ralph Pena o Jim Atlas, in seguito con il trombonista Bob Brookmeyer. Il concetto è semplice ed impegnativo al tempo stesso. Giuffre vuole tre strumentisti che simultaneamente dialoghino e improvvisino, senza perdere coerenza espositiva e una “placida energia” tipica della costa ovest jazzistica. Detto fatto, l’esperienza diventa fondamentale per ammissione dello stesso Jim Hall, che da lì in avanti non avrà più paura di niente e di nessuno. Hall inanella altre collaborazioni importanti con John Lewis(all’epoca capofila della cosiddetta terza corrente), Roy Eldridge, Ben Webster, Bill Evans, nonché con uno dei suoi eroi, Zoot Sims. Negli anni sessanta scopre anche la musica latinoamericana e la bossanova, amore improvviso e subito consumato come testimoniano i dischi registrati con Sonny Rollins (“Whats New”) e Paul Desmond (“Take ten”, “Bossa Antigua”). C’è poi l’incontro con il padre del free jazz Ornette Coleman, la fertile stagione della militanza nel gruppo di Sonny Rollins, e quella più bizzarra dei duo, un organico estremo ed essenziale frequentato con grande piacere da Hall (Ron Carter, Red Mitchell, Jack Six, Michael Moore, Harvey Schwartz) che solo in un paio di casi si trasforma anche in incisioni discografiche. Una lunga malattia lo costringe a dilatare le sue pause di riposo negli anni settanta ed ottanta, mentre nello scorso decennio il suo status di maestro dello strumento e grande protagonista del jazz moderno viene confermato da una serie di apparizioni sempre più convincenti e autoritarie. I virgulti del nuovo chitarrismo lo citano sempre più spesso come riferimento essenziale e lui riprende a girare il mondo e a sfornare albums fenomenali per incisività espressiva e spontaneità. Il tutto ovviamente senza perdere un minimo della sua proverbiale amabilità. Del resto non potrebbe accadere altrimenti a uno che nel 1960 aveva titolato uno dei suoi magnifici gruppi “Modest Jazz Trio”…




























































































