HATEBREED
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Hatebreed - The Divinity Of Purpose
Diciamocelo chiaramente, ormai gli Hatebreed stanno all'hardcore come la cazzuola al muratore, la penna al foglio, il peculato alla politica. Un'entità inscindibile, non solo nel momento della rappresentazione acustica, ma in costanza di percorso, attimo dopo attimo: nei simboli e nelle note.
Sulle capacità scenografiche ed imprenditoriali di un "imbandanato"; Jamey Jasta si sa tutto o quasi. Il singer degli Hatebreed da sempre ce la mette tutta per incarnare la rappresentazione dell'hardcore attuale e soprattutto per venderla. Ciò fa bene tanto alla scena nel complesso (in ogni genere è sempre opportuno avere punti di riferimento che facciano da calamita), quanto al portafogli di qualcuno. Andando oltre quel che è l'aspetto figurativo, bisogna ammettere che i nostri abbiano saputo catapultare uno stile, tempo addietro di nicchia, verso le grandi masse, riuscendo così ad unire la tradizione hardcore -che parte da Agnostic Front e Sick Of It All- a sonorità più attuali e metalliche. Con tale ricetta, il gruppo è riuscito ad accaparrarsi fan di ogni tipo, entrando di prepotenza negli ascolti di moltissimi, sia dei metallari duri e puri, sia di quelli che attingono dall'old school e dal punk più bastardo.
C'è una caratteristica dell'hardcore che -più di altre- gli Hatebreed conservano gelosamente, ed è l'attitudine allo sbattimento. E' vero, si parla pur sempre di una passione molto redditizia, ma questa è comunque diventata per loro un impiego e da tale punto di vista la band è una di quelle che lavora maggiormente. Dischi e tour, di continuo, tanto che i cinque americani sono arrivati ormai al settimo album e, sempre di corsa, intraprenderanno l'ennesimo tour.
Come molti di voi, la prima traccia ascoltata del nuovo The Divinity Of Purpose è stata Put It To The Torch, con annesso video, ed in realtà mi aveva lasciato perplesso. Temevo una pericolosa -e pericolante- deriva thrash. Si faceva strada il timore che anche gli Hatebreed avessero intenzione di salire su un carrozzone che -per fini biecamente commerciali- si tenta di rimettere in moto in nome dei peggiori impulsi senili. Invece no, dopo aver ascoltato interamente il nuovo album, sono in grado di rassicurarvi: potete tranquillizzare le vostre bandane, allontanare chirurghi estetici dai vostri tatuaggi ed allargare la collezione di sneacker. Gli Hatebreed, pur con qualche accento thrash, sono grossomodo quelli di sempre e, soprattutto, hanno realizzato un album migliore del precedente.
Dopo l'apertura, il disco scorre via che è un piacere e, se forse non raggiunge i picchi espressivi del passato anche a causa di una formula che ormai si ripete da anni, non denota particolari cali, anzi tiene alta l'attenzione con costanza. La presenza di break, che sta usurando oltremodo tutto quel che ha la desinenza 'core', in The Divinity Of Purpose viene mitigata e miscelata ad un insieme più vario, in che ne amplifica la portata. Gli ingredienti sono pressoché i medesimi in tutte le tracce, eppure proprio la quantità di contenuti di varia derivazione (tanto thrash quanto hardcore) migliora il risultato d'insieme. Nelle canzoni si assiste sia alle sfuriate di doppia cassa che ai rallentamenti mosh, sia ai cori tipici del genere che ai vocalizzi prossimi alla più temibile raucedine.
Malgrado manchi la hit da tirare fuori in macchina a tutto volume con annesso gomito sporgente dal finestrino (una Destroy Everything, per intenderci), l'esito complessivo è soddisfacente, ed in alcuni casi davvero notevole (Own Your World).
Cos'altro aggiungere? Il nuovo lavoro è ancora una volta registrato in maniera esemplare, ma ciò era ampiamente prevedibile data la super etichetta che produce ed il budget che i nostri hanno a disposizione.
Concludendo: se gli Hatebreed vi hanno fatto da colonna sonora fino ad oggi, potete stare tranquilli: The Divinity Of Purpose verrà consumato come i dischi che lo hanno preceduto.
Se vi piace anche il thrash, ma non solo quello che ascoltavano i vostri padri muniti di jeans elasticizzati e di chiome spropositate, allora dategli una possibilità.
In ultimo, se i cinque ex ragazzotti del Connecticut non vi sono mai interessati, se ad ogni stoppata vi si raggrinzisce la pelle del viso e, soprattutto, qualora ad ogni sparata populistica che provenga dall'ugola rauca di Jasta vi sentiate radical chic o uno dei papabili membri di un eventuale governo tecnico, allora potete serenamente -ma anche pacatamente- passare ad altro.
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