Wire

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GRINDING HALT

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WIRE

Gli WIRE di Colin Newman son tornati con un nuovo incredibile album, 'Change Becomes Us', pubblicato dalla label personale della band, la Pink Flag records. Della band fanno parte sempre Colin Newman, Graham Lewis e Robert 'Gotobed' Grey, oltre al nuovo chitarrista Matt Simms, che ha registrato l'ultimo disco della band dopo essere entrato in pianta stabile nel 2011. Dopo il successo di 'Object 47', 'Red Barked Tree' e delle ultime produzioni gli WIRE hanno vissuto una seconda giovinezza, e sono ormai considerati tra i precursori di un certo suono indipendente e influenza fondamentale per band europee ed americane. Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta Colin Newman e soci riscrissero le regole del punk diventando i protagonisti del nuovo suono inglese. Secondo molti giornalisti del periodo fu grazie a loro e alla trilogia su Harvest records (celebre label inglese per cui alla fine degli anni sessanta pubblicò i primi lavori di Pink Floyd e Deep Purple, e per cui nel triennio 1977-78-79 uscirono i mitici 'Pink Flag', 'Chairs Missing' e '154' degli Wire) che si iniziò a parlare di post punk e art punk. La discografia degli Wire è smisurata, oltre cinquanta uscite tra full lenght, live, bootleg series ed Ep, e la loro fama intoccabile. Sono una band che non ha mai fatto passo falsi, e deciso di non seguire il punk massificatto di Clash e Sex Pistols, per creare una propia via. Londra, 1977: con l'abrasività cerebrale di “Pink Flag”, gli Wire sono i Talking Heads inglesi e “il punk è arte” sparata in 35 minuti d'eleganza al fulmicotone. L'anno dopo, in “Chairs Missing“, collegano i sintetizzatori al distorsore e la stampa li chiama Punk Floyd: in realtà, sfoggiano geniali allucinazioni minimaliste con Brian Eno nel ruolo di pusher producer. Nel '79 esce “154”, manuale per l'esame “fondamenti di post-punk”: nervoso, oscuro e sperimentale, è il picco d'alta tensione che fa sciogliere il gruppo. Per 20 anni gli Wire si prendono e si lasciano fino all'esplosione (live) del cyber-punk di 'Send'. Nel 2013 si arriva a 'Change Becomes Us' e gli Wire ci fanno tornare la voglia di mettere due dita nella presa elettrica. Info WIRE: www.pinkflag.com www.myspace.com/wirehq

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Testi in archivio:

  • 14/12/2005 13:23 - LEE "SCRATCH" PERRY On the Wire Riecco la figura più leggendaria ...

    LEE "SCRATCH" PERRY On the Wire Riecco la figura più leggendaria e controversa del reggae tornare a noi con un disco «dimenticato», registrato in quel di Londra nel 1988, poco prima che il produttore si trasferisse, con i nastri, in Svizzera. La foto di copertina ritrae Perry al top' cogliendolo in un primo piano sornione e intento a sistemarsi un copricapo inenarrabile. Cosi come lo è la sua musica caotica, inventiva, assolutamente non convenzionale, un caleidoscopio di trovate capace di coinvolgere anche il più ascetico degli ascoltatori. Collerico, ambiguo, contraddittorio, a volte inaffidabile Perry ma senza di lui il reggae ci avrebbe messo molto di più a svincolarsi dall'etichetta di musica folk ed esotica. Alla Trojan hanno aspettato quasi dodici anni affinché Perry consegnasse il prodotto finito e probabilmente non se ne ricordavano neanche più. Per il futuro bisognerà prendere qualche precauzione.

  • 14/12/2005 13:23 - THE WIRE Issue 179/January 99; issue 181/March 99 (Wire Editions) Si sa, ...

    THE WIRE Issue 179/January 99; issue 181/March 99 (Wire Editions) Si sa, le riviste musicali sono sempre state un punto dolente in Italia (esattamente come la musica che si fa qui da noi,del resto). Le eccezioni son sempre state rare e dalla vita grama: dopo la discutibile ma coraggiosa Gong, nell’80 uscì Musica 80: quasi un sogno (interviste a gente come Rzewski, Palestine, Toop, ecc. – a parte certe indulgenze per gruppi new wave tipo Killing Joke) ma durò poco più di un anno. Nell’88 ne raccolse l’eredità (e seppe andar oltre, ma concentrandosi di più su un ambito avant-jazz) musiche, giunta fino al 97, ma solo in libreria e con cadenza da quadrimestrale ad annuale; di quello che c’è in giro oggi (Auditorium e Blow Up, essenzialmente) potete valutare pregi e difetti da soli. Non è comunque che anche all’estero ci siano molte riviste di musiche sperimentali, ma probabilmente una migliore situazione anche economica, e anche una maggiore serietà, produce risultati migliori. Com’è noto, da noi i giornali musicali pagano poco o – spesso è il caso delle riviste migliori – nulla, per cui spesso il collaboratore abbandona quando ha trovato un lavoro fisso; quasi come in compenso, nessuna competenza musicale o grammaticale è richiesta – questa volta, proporzionalmente alla diffusione e retribuzioni della rivista –, e si possono scrivere le peggiori cazzate (o copiare di sana pianta articoli della stampa inglese, succede più di quanto si pensi, oltre al “normale” guardarne le copertine e sommari per decidere di cosa parlare) restando impuniti se non premiati. Di certo, il panorama di ciò che vale la pena di ascoltare (anche se latitano le grandi sorprese di ascolto che si potevano avere fino agli anni 80) è enorme, e impossibile da coprire per qualsiasi rivista da sola; oltre agli ovvi vantaggi del moltiplicare i punti di vista (va da sé che ogni . Cominciamo qui un excursus su riviste che val la pena di leggere, che proseguirà nel prossimo numero. Sicuramente, la “leader” del “nostro” settore è l’inglese Wire (£ 4 a: 45-46 Poland St., London W1V 3DF, UK), anche facilmente reperibile nelle edicole delle grandi città. Nata nell’84, e prevalentemente orientata al jazz d’avanguardia, la direzione decise una svolta “populista” con il famoso numero 88 del ’91, che riportava in copertina Michael Jackson, con all’interno una dettagliata analisi dei suoi dischi solisti. L’editoriale di Richard Cook, che spiegava come la rivista non fosse mai stata di solo jazz, e che la nuova linea prevedeva, semplicemente, “Musica eccellente. Niente idoli pop da teenagers, niente fenomeni alla moda: musica che vale la pena di sentire, e di cui val la pena parlare”, non apparirà sempre giustificato a fronte, ad esempio, dei servizi su Whitney Houston e Natalie Cole pubblicati nei mesi seguenti, ma, a parte un aspetto un pò radical-chic (se non modaiolo), che dura tutt’ora (per esempio copertine a DJ Spooky, Alec Empire, David Sylvian e Terre Thaemlitz: non proprio autori di dischi imperdibili), l’interno è spesso più che interessante, le interviste di grande qualità e l’attitudine ad esplorativa a 360 gradi almeno in teoria corretta. Nel numero di gennaio “ruba la scena” un “jukebox test” alla cieca a Jim O’Rourke (che riconosce tutti i dischi, ed esalta in particolare Zorn e gli Slint). C’è la consueta lista dei dischi dell’anno (liste per singoli generi e una generale, di 50 dischi che lascia un pò perplessi: ok ad esempio per Mazzacane Connors, Fushitsusha e Gastr del Sol, ma gli ultimi di Sakamoto e PJ Harvey? Come d’abitudine, critici e musicisti come Connors, Tony Conrad e David Tibet scrivono sui loro “pro e contro” del 98. C’è poi un buon articolo sull’uso del giradischi in musica (da Grandmaster Flash a Otomo Yoshihide), e le pagine delle recensioni (con “brevi” ulteriori su avant-rock, contemporanea, jazz, dischi-mix e “oltre-i-limiti”), con indirizzi delle etichette (che troppo spesso i nostri giornali trascurano, come se poi fosse facile trovare i dischi), e quelle dei concerti (Pierre Henry a Parigi); nel numero più recente, gli articoli principali sono su Nick Cave e (soprattutto) una lunga intervista alla compositrice Maryanne Amacher; il “Primer” (serie di articoli-guida ai dischi principali di un compositore) è dedicato questo mese a Ornette Coleman (sconcertante però l’esclusione voluta del capolavoro Skies of America, come, tempo addietro, quella di Locus Solus nel Primer su Zorn). Il “jukebox test” è fatto da Kevin Shields, che afferma di non sapere chi sia Derek Bailey (no comment).

  • 14/12/2005 13:23 - THE WIRE ESPRESSO Tanta anglofilia scoccia? Bene, ecco una explication why, ...

    THE WIRE ESPRESSO Tanta anglofilia scoccia? Bene, ecco una explication why, tanto per gradire. In un giorno X ho mandato il tagliando di abbonamento a 'L'Espresso', quello grazie al quale ti fanno lo sconto del 200% ed in più ti regalano borse, agende, case in multiproprietà, una Kawasaki 750, 20 poster di ulivisti vari ed una collana da seimila carati. Quasi due mesi dopo sottoscrivo l'abbonamento a 'The Wire' (50 pounds, circa 150.000 lire a cui vanno aggiunte oltre 30.000 lire di italianissime operazioni bancarie, se non avete Visa e merde varie!!!). Nove giorni dopo arriva un pacchetto ben sigillato con i 5 (grandiosi) CD dell'offerta ed una lettera in cui l'editore ti spiega quando spirerà l'abbonamento, le modalità per ricevere gli arretrati con lo sconto di un pound a copia, ulteriori vantaggi essendo già abb. etc. Tre giorni dopo arrivano 'L'Espresso' e la prima copia del nuovo abb. di 'The Wire'; dopo una settimana ancora un CD di nuova musica slava ('Tamizdat. New Music From Central And Eastern Europe': procuratevelo) con accompagnamento della solita lettera in cui l'editore inglese si scusa del bazzecoloso ritardo e ne spiega le ragioni, terminando con un "Now you have a copy. I hope you enjoy it". Tutto questo, aspettando le borse, l'agenda, la Kawa etc. de 'L'Espr'.

  • 14/12/2005 13:23 - The Wire Sound System (The Wire Magazine-UK) La più prestigiosa rivista ...

    The Wire Sound System (The Wire Magazine-UK) La più prestigiosa rivista inglese del settore, quella che recensisce i dischi di successo con mesi d’anticipo rispetto agli altri. Una selezione dei dischi preferiti dai suoi redattori, che si sono innamorati del Festival Dissonanze ed hanno deciso di venire a Roma personalmente.

  • 14/12/2005 13:23 - THE WIRE Issue 193/March 2000 (The Wire) Apriamo brevemente sulla storica Wire, ...

    THE WIRE Issue 193/March 2000 (The Wire) Apriamo brevemente sulla storica Wire, il cui ultimo numero è però un tantino inferiore al solito. Le interviste principali sono agli Wire (dai quali la rivista non prende il nome, che viene invece da una composizione di Steve Lacy), all’ex Cabaret Voltaire Richard H Kirk e a Rashied Ali (in omaggio al grande ritorno di interesse per l’“ecstatic jazz” degli ani 60); il “jukebox invisibile” è a Bill Laswell, che dice cose piuttosto interessanti sui Funkadelic, e sulla differenza tra le sue collaborazioni con musicisti di altre parti del mondo e le “appropriazioni” dei vari Simon, Gabriel e Byrne. Tra i brevi articoli di presentazione della sezione “Bites”, ne notiamo con piacere uno dedicato alla cantante giapponese Haco. Ricca come sempre la sezione recensioni, con qualche cantonata (“esperienza galvanizzante” l’indifendibile Chord Catalogue di Tom Johnson?), ma anche giusti ridimensionamenti (l’album di Mira Calix, dalle nostre parti esaltato). Le cose migliori di questo numero sono alla fine: nella sezione dal vivo, una recensione di un doppio concerto newyorchese organizzato da La Monte Young (coadiuvato da Joseph Kubera, Michael Schumacher e Charles Curtis) alle musiche di Richard Maxfield e Terry Jennings (perché cose del genere non vengono mai ospitate in Italia?); e nell’ultima pagina, un articolo del musicista Terre Thaemlitz sul suo passato di teenager fan dei Cheap Trick, fino al momento in cui comprese “l’associazione del rock ‘n’ roll con le forze culturali dominanti dell’omogeneizzazione e dell’oppressione (o, nel linguaggio dell’epoca, ‘i bulli’).” Un ultimo appunto doveroso sul prezzo a cui si trova la rivista da noi (distribuzione Intercontinental): nel febbraio ’97 era di 10.000 lire (prezzo di copertina £ 2.50); con l’aumento del ’98 (£ 2.80) passò a 10.600 lire; nel settembre ’99 (prezzo sempre a £ 2.80) andò misteriosamente a 13.500 lire, e, nel dicembre ’99 (numero di dicembre/gennaio), con un aumento di 30 centesimi/900 lire (£ 3.10), diventò 15.000; dal numero di febbraio (sempre £ 3.10) corrette a 16.000 lire. Avranno sicuramente le loro buone ragioni (né, ne siamo sicuri, Visco aiuta); ricordiamo in ogni caso, contro l’effetto-inflazione, che l’abbonamento a dodici numeri costa 50 sterline, in questo periodo offerto per 15 numeri. (www.dfuse.com/the-wire / 45-46 Poland St., London W1E 3EL, UK)