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14/12/2005 13:23 - BENNY GOLSON
Benny Golson è uno egli ultimi grandi laestri del ...
BENNY GOLSON Benny Golson è uno egli ultimi grandi laestri del mainstream jazz. Ha contribito, nei suoi cinquant'anni di carriera, rendere ancor più grande la musica afro-americana, con il suo stile personale e la sua ricercatezza compositiva. A settant'anni, portati con invidiabile charme, ha presentato il suo ultimo quintetto nel quale militano il vecchio amico Curtis Fuller (trombone) e l'ispirato pianista Mulgrew Miller. Dopo un'introduzione nella quale ha dato modo ai musicisti di scaldarsi e di scaldare il pubblico. Benny Golson ha proposto due standards di Hank Jones e Clifford Brown, ricordando quest ultimo con affetto e commozione. A seguire, un suo grande successo. "Along come Betty", scritto mentre faceva parte dei Jazz Messengers Service di Art Blackey. Nella parte centrale del concerto Golson ha dato maggior spazio ai suoi musicisti, lasciando a Fuller la possibilità di esprimere gioiosamente il suo enorme talento. Tutti i brani sono stati preceduti da introduzioni, ora scherzose ora nostalgiche, che hanno svelato la grande presenza scenica del Maestro. Da ricordare infine, "Are you real", "What is it" e "Call on", suonati con appassionato virtuosismo.
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14/12/2005 13:23 - BENNY GOLSON
Sax tenore (Philadelphia, Pennsylvania, 1929). Corninciò a ...
BENNY GOLSON Sax tenore (Philadelphia, Pennsylvania, 1929). Corninciò a studiare il pianoforte a nove anni; cinque anni dopo, affascinato dal sax tenore di Arnett Cobb, all'epoca solista dell'orchestra di Lionel Hampton, si fece regalare un sax. Studiò allo Howard College e poi si dedicò alla professione musicale entrando nella blues band di Bull Moose Jackson, in cui erano anche il pianista Tadd Dameron e il batterista Philly Joe Jones. Nel 1953 incise con il complesso di Dameron, che comprendeva sia Jones, sia il trombettista Clifford Brown (The Arranger's Touch). L'anno dopo passò con ]ohnny Hodges, la cui band comprendeva anche John Coltrane. Suonò quindi con il gruppo di rhythm and blues di Earl Bostic, che lasciò nel giugno 1956 per entrare nell'orchestra di Dizzy Gillespie, in cui restò fino ai primi del '58. Golson si impose definitivamente all'attenzione con i Jazz Messengers di Art Blakey, dei quali assunse la direzione musicale e rinnovò il repertorio. A questo periodo(1958-60) risalgono le prime versioni su disco dei suoi celebri temi Whisper Not, Along Came Betty, Blues March, Stablemates, Five Spot After Dark. Ai Messengers, Golson diede una fi-sionomia scabra, servendosi di arrangiamenti semplici, con ampio spazio per gli assoli del trombettista Lee Morgan e del pianista Bobby Timmons. Il suo sax hawkinsiano è voluminoso, scuro e greve, a volte scosso da soprassalti sugli acuti (forse retaggio del rhythm and blues), che gli conferiscono una nota quasi isterica. Come compositore, Golson è un continuatore di Tadd Dameron: ritmicamente più semplice, conserva però qualcosa della maestosa dolcezza del suo maestro. Molti suoi temi (quelli citati e altri) sono ormai entrati nel repertorio corrente. Uscito dai Messengers (pare per contrasti di vedute con Blakey), Golson diresse con il trombettista Art Farmer il Jazztet, dal 1959 al 62, poi ricostituito nel 1982; nella sezione ritmica suonò, brevemente, anche un adolescente McCoy Tyner. Dalla fine degli anni ’60 Golson fu libero professionista in studio e come arrangiatore. Di recente è tornato sulla scena jazz esibendosi in giro con un proprio quartetto. Golson influenzò fortemente John Coltrane, di lui più anziano, che ne riprese la caratteristica accentazione "in avanti", e Archie Shepp, la cui sonorità è molto simile alla sua.
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14/12/2005 13:23 - Benny Golson
Salirà sul palco una delle leggende viventi della storia ...
Benny Golson Salirà sul palco una delle leggende viventi della storia del jazz: Benny Golson. Sassofonista dal suono caldo e avvolgente, è considerato uno dei migliori compositori e arrangiatori della musica afro-americana. Per anni sassofonista dei “Jazz Messangers” di Art Blakey, ha scritto alcune delle composizioni più celebrate del gruppo. “Moanin”, “Blues March”, “Whisper Not”, sono solo alcune delle decine di famosi brani che hanno assicurato a Benny Golson un posto nella storia della musica. Insieme al trombettista Art Farmer ha formato i “Jazztet”, uno dei combo più eleganti e sofisticati del periodo Hard Bop, e nella sua carriera ha composto anche colonne sonore per film e telefilm. Il loro autore, lungi dal cullarsi sugli allori, è anche sassofonista di straordinaria rilevanza. Compagno di studi di Jhon Coltrane, con cui si è influenzato a vicenda, Golson ha percorso la tradizione del sax teneore dagli anni Cinquanta ad oggi fino a rivelarsi un solista di sconcertante attualità e modernità, pronto ad accogliere nella sua poetica anche il suono del sax tenore contemporaneo, da David Murray ad Archie Shepp. Sul palcoscenico si presenta con un quartetto straordinario. Alla batteria siede infatti Bobby Durham, figura carismatica del panorama jazzistico internazionale, membro di gruppi mitici della storia del jazz, da quello di Ella Fitzgerald al trio di Oscar Peterson alla Big Band di Duke Ellington. Il quartetto è completato dal contrabbassista americano Wayne Dockery e dal noto pianista Massimo Faraò, formazione che in questi giorni nel dopo-concerto ha spopolato al Panic Jazz Club trasformando le jam session in veri e propri concerti.













































