Umbria Rock Festival a Massa Martana (PG)
Trasimeno Blues, località Lago Trasimeno (Perugia, Umbria)

In Zaire

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IN ZAIRE

In Zaire White Sun Black Sun È musica cosmica nella sua essenza più intima quella che i quattro In Zaire hanno confezionato in questo atteso esordio lungo. È musica che disegna un intero sistema solare di riferimento sin dai titoli delle sette tracce per lo più strumentali che compongono White Sun Black Sun. Ma è musica cosmica che parte dalla Terra, dalla materialità di un suono atavico, riconoscibile come umano, che ingloba in sé molti degli elementi che considereremmo fondamentali nella condizione umana: percussivismo, primitivismo, ancestralità, richiamo alle origini. In una parola, Africa. Il nome, dopotutto, è più di un indizio e l'Africa evocata, per quanto immaginata, falsata da uno spaesamento ottundente, quasi inventata, è quella che il quartetto di apolidi del rock italiano ha introiettato tra esperienze più o meno dure, più o meno pure, in un blend personale e gustosissimo di dub, afro-beat, blues, funk, psychedelia dura, kraut meno canonico. C'è lo sfasamento violento, destrutturato e devastante del rock “bianco” nelle musiche degli In Zaire, messo però in correlazione, anzi in co-azione, con molto di ciò che, consapevolmente o inconsapevolmente, abbiamo recepito del suono latamente “africano”: le radici nere che stanno dietro il funk e il dub che gonfiano o svuotano alcuni passaggi del disco; l'impatto furente ed estatico del tribalismo psicotropo dei riti voodoo, delle danze sacre o dello sciamanesimo; la deragliante spiritualità dei canti propiziatori o dei riti di iniziazione. White Sun Black Sun è un esordio lungo dalla gestazione difficile per una formazione che però ha fatto di necessità virtù, prendendosi il proprio tempo e crescendo a dismisura con la sana pratica on stage, allargando il proprio sound man mano che inglobava membri e suggestioni – dal duo fondatore Biondetti-De Zan a.k.a. G.I.Joe al primo embrione In Zaire nell'unione con Claudio Rocchetti e infine alla definitiva apertura con l'ingresso della chitarra di Stefano Pilia. Arrivando ad un equilibrio invidiabile tra le pulsioni tribali e gli slanci kraut degli esordi, sottolineati anche dal buon Cope, e una forma di world da intendersi nel senso più ampio e inglobante possibile. Gli orizzonti si sono allargati, lo sguardo è volato verso il cielo, ma i piedi, il cuore, il culo, sono rimasti ben ancorati ad un luogo senza tempo, da cui tutto è partito. www.inzaire.tk

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