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14/12/2005 13:23 - ADRIANO CELENTANO Esco di rado e parlo ancora meno
In un ...
ADRIANO CELENTANO Esco di rado e parlo ancora meno In un album che - squadra che vince non si cambia - ricalca da vicino il precedente "Io non so parlar d'amore", baciato da una travolgente fortuna commerciale, c'è una novità di rilievo, che sposta di molto le ambizioni del recente corso di Celentano. Altro che canzoni d'amore. Il pezzo, scritto da Ivano Fossati (il che è già una sorpresa non da poco) ha un titolo piuttosto forte, di quelli che non ammettono repliche: "Io sono un uomo libero", affermazione che di questi tempi suona come uno sparo nel buio. Ma come, dirà qualcuno, chi ha bisogno di rimarcare oggi, che tutti siamo liberi, una tale ovvietà? E qui arriva Celentano che, delle ovvietà che poi a pensarci bene non sono del tutto tali, è un maestro riconosciuto, sostenuto da un Ivano Fossati in vena di sperimentare un linguaggio adatto al "re degli ignoranti", lui che invece è il re degli autori "colti" della canzone. Il risultato è a dir poco ammaliante. Anche perché, e sulla carta non era affatto scontato, il pezzo sembra allo stesso tempo celentanesco e fossatiano. Un ibrido sul quale pochi avrebbero scommesso e che invece, come spesso accade, funziona a meraviglia. In un verso come "La vita è un viaggio lento, ragazza mia, né destra né sinistra" è facile intravedere il tipico atteggiamento di Celentano, mentre difficilmente potremmo immaginare un verso simile in una canzone cantata da Fossati. Altrove il confine è più labile: "Ma ci sono cantanti a cui non si può credere, ci sono poeti che non si può raggiungere, qui tutti parlano e parlano, o peggio scrivono e scrivono per cultura universale o biblioteca comunale, fra il celeste e il profetico fra il religioso e il mistico». Celentano o Fossati? Forse va bene a entrambi, il che è singolare, perché costringe a immaginare affinità a cui nessuno avrebbe pensato prima, se non per una certa vocazione al solitario ed eloquente isolamento, all'estraniamento dalle parti, a una vena anarchica che sebbene da mondi opposti li caratterizza entrambi. E poi c'è molto Fossati nella morbida vena reggae che sostiene il brano, molto Celentano nell'indolente rap con cui è interpretato e che ricorda sue vecchie indimenticabili performance. Il brano è comunque molto forte, e che non sia una semplice appendice al progetto lo dimostra ulteriormente il fatto che il titolo dell'album "Esco di rado e parlo ancora meno" è un verso tratto proprio da questa canzone. L'uomo "libero" Celentano si riaffaccia, riprende temi che avevano caratterizzato gli anni d'oro della sua carriera e lascia il suo segno anche dopo aver riscoperto con Mogol e Gianni Bella il gusto di incidere canzoni "normali", con temi d'amore e arrangiamenti classici. Dunque secondo Fossati e Celentano si può ancora parlare di libertà, la parola non è del tutto consunta, anche se usata a man bassa dalla propaganda elettorale, anche se viviamo in un mondo che di una presunta libertà di base si fa vanto e giustificazione per ogni cosa. Se qualcuno, in particolare l'inedito duo Celentano-Fossati, sente il bisogno di affermare di nuovo questa semplice ma indispensabile idea, vorrà dire forse che non siamo così liberi come ci sembra di essere? Agli ascoltatori l'ardua sentenza.



















































