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MASSIMO RANIERI

MASSIMO RANIERI è presentato in Italia da RA.MA. 2000 INTERNATIONAL SRL

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Appena un anno fa, tra lo scetticismo di molti, hai pubblicato “Malìa”, del quale oggi esce il secondo “capitolo”. Come hai affrontato questo progetto?

«Senz’altro con grande entusiasmo. Ero molto eccitato dall’idea di un lavoro nuovo e diverso da tutto ciò che avevo fatto fino ad allora. Ero consapevole che con esso si sarebbe aperta una nuova strada, che mi avrebbe portato nella Napoli degli anni Cinquanta. Un periodo in cui nella mia città l’influenza degli americani, giunti alla fine della guerra ebbe un peso notevole nella cultura musicale della mia città».

 

Qual è stata la sensazione vissuta con l’approccio di un genere musicale a te sconosciuto?

«E’ stato come scoprire un mondo nuovo, a me completamente sconosciuto. Non posso nascondere che nei miei ascolti giovanili ci sono stati grandi artisti jazz come Miles Davis e John Coltrane, ma non riuscivo a “entrare”. Oggi, però, li ho riscoperti e ho compreso con maggiore convinzione la loro arte».

 

Hai accennato alle canzoni di una Napoli diversa e lontana alla quale restituisci una attualità impensata.

«Quelle scelte nei due album non sono semplici canzoni ma autentiche perle. Il desiderio comune mio e di Mauro Pagani è stato quello di dare loro un’impronta diversa, che fosse qualcosa di nuovo rispetto al mio modo di cantare. Posso dirti che mi sono messo al servizio di quelle canzoni».

 

Quanto è stato importante Mauro Pagani in questa tua “integrazione”?

«Molto. Io non sono un cantante jazz e devo ringraziarlo perché è stato la mia guida. Lavorare con Mauro è stata una esperienza straordinaria che si è ripetuta durante le registrazioni della seconda parte di Malìa. Già diversi anni fa avevamo intrapreso un viaggio di ricerca sulla musica napoletana. I due lavori attuali, però, corrispondono perfettamente a ciò che entrambi volevamo realizzare. Sono veramente soddisfatto del risultato ottenuto».

 

Nei tuoi concerti il pubblico riesce a cogliere maggiormente l’anima seducente della Napoli “caprese” di quegli anni.

«E’ la magia della musica di una Napoli che incantava e ancora oggi riesce ad ammaliare con brani che si avvalgono del linguaggio jazz di musicisti che il mondo ci invidia. E’ anche merito loro se tutto è perfetto anche in concerto».

 

Enrico Rava, Stefano Di Battista, Rita Marcotulli, Stefano Bagnoli e Riccardo Fioravanti non hanno bisogno di presentazioni. Ascoltandoli sia in concerto che in studio si percepisce quanto siano stati importanti per te.

«Come potrei dire il contrario. Sono grandissimi musicisti e, al tempo stesso, persone meravigliose. Con loro ogni sera sul palcoscenico si crea un’atmosfera sempre nuova e fantastica. Io sono affascinato dagli artisti jazz e dal loro modo di concepire la musica: sembrano andare per conto loro anche se poi realizzi che in fondo non è così. Averli al mio fianco è stato importante per la riuscita di “Malìa”. Mi hanno consentito di entrare con dolcezza nel loro mondo, facendomi divertire».

 

Nei tuoi concerti rendi omaggio a Pino Daniele.

«Non potrebbe essere diversamente. Pino è stato un precursore nel suo genere inserendo per primo il blues nella musica napoletana. Un artista immenso che ha lasciato a tutti noi un patrimonio inestimabile. Lo porto sempre nel mio cuore».

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